piuribelle's profileio penso cosìPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
io penso cosìDecember 15 O E' NATALE TUTTI I GIORNI O NON E' NATALE MAIIIIIIE' quasi Natale e a Bologna che freddo che fa Io parto da Milano per passarlo con mamma e papà Il mondo forse no, non è cambiato mai e pace in terra no non c'è e non ci sarà perché noi non siamo uomini di buona volontà Non so perché questo lusso di cartone se razzismo guerra e fame ancora uccidon le persone. Lo sai cos'è, dovremmo stringerci le mani ... O é Natale tutti i giorni o non é Natale mai... E intanto i negozi brillano e brilla la TV e le offerte speciali e i nostri dischi si vendono di più Il mondo forse no, non é cambiato mai e pace in terra forse un giorno ci sarà perché il mondo ha molto tempo, ha tempo molto più di noi E intanto noi ci facciamo i regali il giorno che è nato Cristo arricchiamo gl'industriali e intanto noi ci mangiamo i panettoni il giorno che è nato Cristo diventiamo più ciccioni Lo sai cos'è, dovremmo stringerci le mani ... O é Natale tutti i giorni o non é Natale maaaai... ... O é Natale tutti i giorni o non é Natale maaaai... December 08 sciopero generaleStudenti e lavoratori insieme per lo sciopero generale “NON PAGHERANNO LA VOSTRA CRISI!”
Il cosiddetto piano "anticrisi" varato dal governo nei giorni scorsi conferma l'impostazione della sua politica: Elemosina per i più poveri, miliardi di euro per banchieri e padroni. I veri responsabili della crisi che per decenni si sono arricchiti grazie alle politiche liberiste, alle privatizzazioni, alle esternalizzazioni, in nome degli slogan "meno stato e più mercato", "privato è bello" incassano dal governo Berlusconi altre decine di miliardi, mentre ai pensionati, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai precari e ai disoccupati va solo una indegna elemosina. Confindustria valuta positivamente il decreto governativo, anche se la sua voracità insaziabile glielo fa giudicare "insufficiente". Dopo aver incassato miliardi e miliardi nel periodo delle vacche grasse si apprestano a fare altrettanto con il pretesto della crisi, sfruttando ancor più la classe lavoratrice e saccheggiando il territorio e l’ambiente.
Intanto la sofferenza del mondo del lavoro prosegue e si aggrava: • I salari, fermi da anni grazie alla moderazione delle piattaforme confederali, sono sempre più erosi dalla crescita dei prezzi dei generi di prima necessità; • I ritmi di lavoro e gli orari di fatto si intensificano e minano la salute delle lavoratrici e dei lavoratori; • I diritti nelle aziende si fanno sempre meno esigibili e la Confindustria ha l’obbiettivo di far saltare i contratti collettivi di lavoro; • La precarietà del lavoro non colpisce solo i precari, ma ha ormai contagiato anche i lavoratori e le lavoratrici a tempo indeterminato; centinaia di migliaia sono già in cassa integrazione, mezzo milione di precari sono mandati a casa e si prevedono due anni di recessione con una massiccia disoccupazione.
CISL, UIL e UGL hanno accettato i provvedimenti governativi, ribadendo la loro complicità con la Confindustria e con il governo. Ma la mobilitazione crescente, prolungata e diffusa degli/delle studenti, delle/degli insegnanti, delle dei ricercatrici/ricercatori, l'indizione dello sciopero generale dei metalmeccanici e dei lavoratori della Funzione pubblica, il successo dello sciopero e della manifestazione delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio e del terziario e, già prima, la grande manifestazione nazionale dei sindacati di base, hanno indotto la CGIL a rompere gli indugi e a proclamare lo sciopero generale per il 12 dicembre. Altrettanto hanno fatto i sindacati di base, proclamando anch'essi lo sciopero su piattaforme più radicali. Le manifestazioni del 12 dicembre saranno, dunque, ancora una volta, una grande occasione per ritrovare in piazza insieme studenti e lavoratrici e lavoratori uniti a gridare insieme: «Noi la crisi non la paghiamo». Al di là della piattaforma della CGIL, moderata come tutta la sua politica, il movimento si batte per obiettivi concreti: il ritiro senza condizioni dei decreti del governo Berlusconi-Tremonti-Gelmini in materia di istruzione, la stabilizzazione dei precari, una diversa politica salariale che ridistribuisca fortemente i redditi a favore delle classi lavoratrici, la difesa dei contratti nazionali di lavoro. Alla straordinaria gravità della crisi occorre rispondere con obbiettivi non meno straordinari e radicali, capaci di far pagare i responsabili della crisi.
• Blocco di tutti i licenziamenti, compresi quelli dei lavoratori precari; • una grande patrimoniale per tassare le grandi proprietà e profitti trovando così le risorse per interventi pubblici straordinari; • Sostegno al reddito dei lavoratori con l’istituzione di un salario minimo di 1.300 euro al mese e di una salario sociale triennale per chiunque resti senza lavoro e dal raddoppio delle pensioni minime; • nazionalizzare le banche per metterle al servizio del paese e garantire un intervento pubblico per rilanciare servizi pubblici e stato sociale.
Lo sciopero generale del 12 deve essere solo un inizio, per provare a vincere come in Francia. Bloccare il Governo Berlusconi è possibile approfondendo e unificando le lotte.
September 20 MIA CARA MINISTRA........Quel "contro" di troppo di Nella Condorelli C’e’ un “contro” di troppo nel titolo del disegno di legge “recante misure contro la prostituzione” firmato dalla ministra delle Pari opportunita’ Carfagna e dal ministro degli Interni Maroni, e approvato in blocco dal Consiglio de Ministri mercoledi 10 settembre 2008. March 07 chissà perchè noi siamo sempre depresse!Non c’è solo la 194 da difendere ma la nostra salute e la nostra vitaLorella PintusoMi chiedo come e perchè se un uomo si presenta al medico descrivendo ansia, tremore, palpitazione, stanchezza, ecc....non viene mai considerato depresso, ma fisicamente debilitato e quindi si avvia subito ad esami diagnostici mirati per individuare al più presto la patologia e la cura.
Sì, è davvero ora di finirla e lo dico proprio in occasione dell’ 8 marzo, giorno in cui noi donne saremo ancora una volta festeggiate, commemorate, ammirate, ricordate e ....prese per i fondelli ! E’ ora di finirla d’essere considerate sempre e comunque un mondo a parte, una fetta di umanità sempre e comunque stressata, isterica e nevrotica ! Ieri ci indicavano come "streghe" da bruciare, oggi come "depresse croniche" da sedare. Basta con questa classe medica che da Nord a Sud non guarda più il paziente come essere umano da capire, conoscere e curare, ma fa distinzioni sessuali riconoscendo la donne spesso come soggetto ipocondriaco vittima del ritmo stressante della vita moderna. Quindi, in poche parole, semplicemente depresso. E’ successo a me personalmente, curata per mesi con potenti farmaci antidepressivi per poi scoprire, quando la patologia è peggiorata, che dietro quei sintomi c’era una tiroidite avanzata. E’ successo ad altre amiche e persone care che sono state tutte - e ripeto tutte - scambiate per nevrotiche solo perchè dal racconto della propria vita quotidiana poteva emergere un surplus si emotività,impegno e fatica tali da inquadrare la patologia semplicemente come esaurimento nervoso, mentre in quasi tutti i casi si trattava di malattia diversa, non della psiche ma del corpo, aggravata dalla tardiva diagnosi. Probabilmente per la classe medica noi donne siamo un problema, per cui meglio sedarci e rimbambirci di psicofarmaci così almeno dormiamo e non rompiamo le scatole a nessuno. Mi chiedo come e perchè se un uomo si presenta al medico descrivendo ansia, tremore, palpitazione, stanchezza, ecc....non viene mai considerato depresso, ma fisicamente debilitato e quindi si avvia subito ad esami diagnostici mirati per individuare al più presto la patologia e la cura. Forse noi donne dovremmo solo augurarci di avere un cancro, perchè in quel caso (ma a volte nemmeno in quello) il medico non avrà dubbi ad emettere una diagnosi certa, perchè evidente. Per tutti gli altri casi siamo in balìa di noi stesse. Care donne, altro che 8 marzo !!! non c’è solo la L. 194 da difendere, ma la tutela della nostra salute e della nostra stessa vita ed il cammino, purtroppo, è davvero ancora molto lungo...! 7 marzo 2008 January 19 e dove sono le bambine?AFRICA> GUERRE QUASI DIMENTICATE AFRICA> GUERRE QUASI DIMENTICATE Un fucile al posto della bambola di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini* Gli occhi lucidi, un mitra a portata di mano e, quando c’e’, il figlioletto sulla schiena; combattono nel “bush” e nelle foreste per gruppi guerriglieri dei quali spesso non conoscono gli obiettivi politici. In Costa d’Avorio come in troppe crisi dimenticate. Hanno il volto di giovinette e il corpo acerbo; ma gli sguardi, le espressioni del volto e le movenze sono da adulti. A dieci anni arrivano a saper bene dov’e’ il confine che separa la vita dalla morte. Secondo stime attendibili, sarebbero almeno 120.000 le bambine soldato sparse per il mondo. Uno studio realizzato da alcune orfanizzazioni non governative del settore ritiene che il 40percento dei bambini soldato impegnati nei conflitti africani, asiatici o latinoamericani ( ma anche europei e mediorientali) sia di sesso femminile. Cuoche, portatrici, “mogli” o meglio schiave, molte di queste bambine con il passare del tempo sono diventate veri e propri soldati, che in alcuni conflitti (Liberia, e Sierra Leone) hanno costituito unita’ da combattimento tutte femminili guidate da temuti e temibili comandanti donna. Per la maggior parte di loro, diventare bambine soldato e’ la tragica conclusione di un percorso che inizia con violenze, pestaggi e stupri di gruppo; per altre, invece, e’ una scelta. La scelta di fuggire da una vita dui violenze familiari, magari compiute da un padre alcolizzato e violento; la scelta di combattere per ricevere in premio un paio di scarpe rosse (“Red Shoes” e’ il titolo di un’interessante rapporto scritto per le Nazioni Unite dall’antropologa Irma Specht); oppure, e’ la scelta di sentire, tenendo in mano un Ak-47, quel potere, quel rispetto e quel timore ( spesso l’unico modo per evitare ulteriori violenze e stupri ripetuti) che circondano gli uomini impegnati nei lunghi conflitti di molti Paesi del mondo. In tutti i casi, pero’, le bambine soldato sono il simbolo piu’ evidente dello sfaldamento delle societa’ tradizionali dovuto a conflitti con cause e motivazioni differenti ma con la solita conclusione: la devastazione del tessuto sociale. Una conseguenza che trova proprio nelle bambine soldato l’esempio piu’ evidente. L’attenzione da parte delle organizzazioni umanitarie o delle agenzie ONU alla bambine soldato e alle peculiarieta’ delle loro problematiche e’ recente e risale ai primi ani del 2000. Fino a quel momenti l’accento mediatico, ma anche l’attenzione degli operatori, e’ stato posto quasi esclusivamente sui maschietti, eredi “naturali” della cultura del guerriero; quei bambini soldato utilizzati in decine di conflitti e su cui esiste una saggistica amplissima a partire dai primni anni ’90. Le bambine, invece, per anni sono rimaste nell’ombra. Liquidate troppo spesso, sia dai media che dai governi e dagli operatori, come “ mogli” o “schiave” dei ribelli, l’universo femminile dei piccoli combattenti e’ stato troppo frettolosamente assimilato sia nel raccontarlo che nell’affrontarlo a quello delle vittime dello stupro. Un atteggiamento che ha avuto una conseguenza immediata e gravissima: la quasi totale assenza di bambine nei programmi di disarmo e reinserimento messi a punto da governi, agenzie ONU e organizzazioni non governative. Eppure, a differenza dei loro commilitoni di sesso maschile, una serie di ragioni confermano il bisogno di maggiore assistenza delle bambine. Da un lato, per la maggiore complessita’ delle problematiche che le riguardano – dal momento che il loro ruolo all’interno delle ribellioni le vede essere al contempo “vittime” e “carnefici” -, dall’altro perche’ soprattutto in alcuni contesti sociali (quello africano in particolare), l’universo femminile rappresenta la trama principale del tessuto sociale. E dove sono le bambine? “Una sera abbiamo visto un reportage televisivo sul recupero dei bambini soldato. Nelle sequenze finali il film mostrava alcune ragazzine, sorridenti e con i braccio i figlioletti. Una scena breve, in coda al documentario, dove colpivca il sorriso di quelle adolescenti. Eppure non c’era nessun approfondimento. Chi erano”Di chi erano i piccoli che portavano in braccio?Che ruolo avvano avuto durante il conflitto?Cosa nascndevano quei sorrisi?”. A parlare sono Susan McKay e Dyan Mazurana, autrici di un rapporto del Centro Studi canadese Rights and Democracy, intitolato “Where are the girls?”. Dopo quel programma tv, le due studiose cercarono di capire le radici del fenimeno e per oltre un anno e mezzo hanno raccolto informazioni e testimonianze sulle bambine solato impegnate nei conflitti di Sierra Leone, Monzambico, Liberia e Uganda. Presentando il documento,nel 2003, il presidente di Rights and Democracy, Jean-Louis Roy, sostenne:”Le bambine soldato non sono e non sono mai ate solo forze di assistenza per i gruppi guerrigleiri. Sono un elemento essenziale delle forze armate, indispensabili per il morale delle truppe, per la sopravvivenza dei repoarti, e soprattutto per le necessita’ riproduttive. Dove sono le bambine, se non vengono considerate come parte delle forze combatetnti, quando arriva il momento di disarmare, smobilitare ed essere reintegrati nella societa’? Come faranno rientro nelle loro comunita’ senxza avere affrontato paure e colpe? Ma soprattutto, quale tipo di societa’ verra’ ricostruita escludendol da questi processi?”. Essere femmina Eppure da un’analii dei casi si capisce immediatamente come l’universo femminile dei picoli combattenti abbia bnisogno di un’attnzione particolare. Essere donna ende infatti la gia;’ tragica esperienza di un minore costretto a conbattere ancora piu’ grave, sia durante ilo conflitto – a casua del sessismo e della misoginia accentuati in tempo di guerra – sia dopo, in quella fase di reintegro che per le bambine significa far ritorno a casa e riprendere rapidamente il ruolo tradizionale al’interno della comunita’. Un ruolo ch non contempla il combattimento e neanche la violenza sessuale, spesso accompagnata dal dubbio della consensualita’ della vittima.Per questo, a differenza dei maschietti, le bambine soldato tornano a casa da sole, in punta di piedi, nella magior parte dei casi senza parlare, raccontare o condovodere le terribili esperienze vissute nrgli anni del conflitto, consce che quei racconti comporterebbero l’esclusione automatica dalla comunita’. Il senso di vergogna personale della vittima, nelle societa’ tradizionali, infatti, si trasforma in vergogna collettiva che investe la famiglia e lo stesso villaggio, e che in moltissimi contesti porta all’esclusione delle piccole. Ma il silenzio – come sottoliena uno studio realizzato in Nord Uganda nel 2002 ( Macmullin e Loughry) -, sulle terribili esperinze visute, la non condivisione e la mancata soluzione delle problematiche psocologiche connesse, provocano danni devastanti alle piccole vittime, al loro futuro, al loro viluppo ed al loro sistema comportamentale. Tutte difficolta’ che vengono ulteriormente amp0lificate nel caso in cui – la maggioranza- la bambina soldato ritorni al villaggio con un figlio. In questo caso il silenzio non basta; la presenza di un nuovo nato e l’asenza di un compagno moltiplicano la vergogna singola e collettiva, riversandone una parte anche sul nanato, spesso visto come “un futuro ribelle”. Tutti questi aspetti rendono il reinswrimento sociale delle piccol vittime di sesso femminile estremamente complesso. Da un lato molte bambine, soprattutto quelle con figli, non intendono far ritorno a casa nel timore di essere respinte, rimanendo sempre al margine della societa’ in nuno stato di sopravvivenza fatto di prostituzione, droga e vagabondaggio; dall’altro, una parte sceglie di riamnere all’interno dei gruppi combattenti ( per le piu’ fortunate, a fianco del padre della creatura) che comunque garantiscono, almeno a livello psicologico, una dimensione sociale da cui non si viene respinte. A complicare ulteriormente il reinserimento delle bambine contribusice poi il fatto che un a parte attiva nel ritorno alla vita normale delle “soldatesse” e’ giocata dalla comunita’ locale in cui dovranno fare ritorno. I pochi programmo di reintegro appositamente studiati per le bambine soldato, infatti, mostrano come per ottenere risultati sia necessario operare sulla bambina e sulla comunita’; quest’ultima va accompagna in un percoso che porti all’effettivo riconoscimento del ruolo di “vbittima” alla persona chiamata a reinseririsi. Solo coi’ si potranno successivamente attuare una swerie di dinamiche trasizionali, come i riti di purificazione, che ristabiliscono un equilibrio definitivo sia nella bambina che nella comunita’, consentendo un real e totale recupero. Ma il cammino da compiere su questa strada e’ lungo, visto che ancora oggi il ritorno alla vita normale della stragrande aggioranza delle bambine soldato e’ sotterraneo e nascosto. La presenza femminile all’interno dei gruppi combattenti ( siano esi ribelli o forze governative) viene negata o sminuita; eppure a confernare l’indispensabilita’ dei ruoli che esse ricoprono all’interno della vita economica e sociale delle forze armate, c’e’ il fatto che le piccole-donne sono sempre le ultime a lasciare gli accampamenti e a deporre le armi. * tratto da “Savane’. Bambine soldato in Costa D’Avorio”, di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini, prefazione di Padre Albanese, Infinito Edizioni Un fucile al posto della bambola AFRICA> GUERRE QUASI DIMENTICATE Un fucile al posto della bambola di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini* Gli occhi lucidi, un mitra a portata di mano e, quando c’e’, il figlioletto sulla schiena; combattono nel “bush” e nelle foreste per gruppi guerriglieri dei quali spesso non conoscono gli obiettivi politici. In Costa d’Avorio come in troppe crisi dimenticate. Hanno il volto di giovinette e il corpo acerbo; ma gli sguardi, le espressioni del volto e le movenze sono da adulti. A dieci anni arrivano a saper bene dov’e’ il confine che separa la vita dalla morte. Secondo stime attendibili, sarebbero almeno 120.000 le bambine soldato sparse per il mondo. Uno studio realizzato da alcune orfanizzazioni non governative del settore ritiene che il 40percento dei bambini soldato impegnati nei conflitti africani, asiatici o latinoamericani ( ma anche europei e mediorientali) sia di sesso femminile. Cuoche, portatrici, “mogli” o meglio schiave, molte di queste bambine con il passare del tempo sono diventate veri e propri soldati, che in alcuni conflitti (Liberia, e Sierra Leone) hanno costituito unita’ da combattimento tutte femminili guidate da temuti e temibili comandanti donna. Per la maggior parte di loro, diventare bambine soldato e’ la tragica conclusione di un percorso che inizia con violenze, pestaggi e stupri di gruppo; per altre, invece, e’ una scelta. La scelta di fuggire da una vita dui violenze familiari, magari compiute da un padre alcolizzato e violento; la scelta di combattere per ricevere in premio un paio di scarpe rosse (“Red Shoes” e’ il titolo di un’interessante rapporto scritto per le Nazioni Unite dall’antropologa Irma Specht); oppure, e’ la scelta di sentire, tenendo in mano un Ak-47, quel potere, quel rispetto e quel timore ( spesso l’unico modo per evitare ulteriori violenze e stupri ripetuti) che circondano gli uomini impegnati nei lunghi conflitti di molti Paesi del mondo. In tutti i casi, pero’, le bambine soldato sono il simbolo piu’ evidente dello sfaldamento delle societa’ tradizionali dovuto a conflitti con cause e motivazioni differenti ma con la solita conclusione: la devastazione del tessuto sociale. Una conseguenza che trova proprio nelle bambine soldato l’esempio piu’ evidente. L’attenzione da parte delle organizzazioni umanitarie o delle agenzie ONU alla bambine soldato e alle peculiarieta’ delle loro problematiche e’ recente e risale ai primi ani del 2000. Fino a quel momenti l’accento mediatico, ma anche l’attenzione degli operatori, e’ stato posto quasi esclusivamente sui maschietti, eredi “naturali” della cultura del guerriero; quei bambini soldato utilizzati in decine di conflitti e su cui esiste una saggistica amplissima a partire dai primni anni ’90. Le bambine, invece, per anni sono rimaste nell’ombra. Liquidate troppo spesso, sia dai media che dai governi e dagli operatori, come “ mogli” o “schiave” dei ribelli, l’universo femminile dei piccoli combattenti e’ stato troppo frettolosamente assimilato sia nel raccontarlo che nell’affrontarlo a quello delle vittime dello stupro. Un atteggiamento che ha avuto una conseguenza immediata e gravissima: la quasi totale assenza di bambine nei programmi di disarmo e reinserimento messi a punto da governi, agenzie ONU e organizzazioni non governative. Eppure, a differenza dei loro commilitoni di sesso maschile, una serie di ragioni confermano il bisogno di maggiore assistenza delle bambine. Da un lato, per la maggiore complessita’ delle problematiche che le riguardano – dal momento che il loro ruolo all’interno delle ribellioni le vede essere al contempo “vittime” e “carnefici” -, dall’altro perche’ soprattutto in alcuni contesti sociali (quello africano in particolare), l’universo femminile rappresenta la trama principale del tessuto sociale.
E dove sono le bambine? “Una sera abbiamo visto un reportage televisivo sul recupero dei bambini soldato. Nelle sequenze finali il film mostrava alcune ragazzine, sorridenti e con i braccio i figlioletti. Una scena breve, in coda al documentario, dove colpivca il sorriso di quelle adolescenti. Eppure non c’era nessun approfondimento. Chi erano”Di chi erano i piccoli che portavano in braccio?Che ruolo avvano avuto durante il conflitto?Cosa nascndevano quei sorrisi?”. A parlare sono Susan McKay e Dyan Mazurana, autrici di un rapporto del Centro Studi canadese Rights and Democracy, intitolato “Where are the girls?”. Dopo quel programma tv, le due studiose cercarono di capire le radici del fenimeno e per oltre un anno e mezzo hanno raccolto informazioni e testimonianze sulle bambine solato impegnate nei conflitti di Sierra Leone, Monzambico, Liberia e Uganda. Presentando il documento,nel 2003, il presidente di Rights and Democracy, Jean-Louis Roy, sostenne:”Le bambine soldato non sono e non sono mai ate solo forze di assistenza per i gruppi guerrigleiri. Sono un elemento essenziale delle forze armate, indispensabili per il morale delle truppe, per la sopravvivenza dei repoarti, e soprattutto per le necessita’ riproduttive. Dove sono le bambine, se non vengono considerate come parte delle forze combatetnti, quando arriva il momento di disarmare, smobilitare ed essere reintegrati nella societa’? Come faranno rientro nelle loro comunita’ senxza avere affrontato paure e colpe? Ma soprattutto, quale tipo di societa’ verra’ ricostruita escludendol da questi processi?”.
Essere femmina Eppure da un’analii dei casi si capisce immediatamente come l’universo femminile dei picoli combattenti abbia bnisogno di un’attnzione particolare. Essere donna ende infatti la gia;’ tragica esperienza di un minore costretto a conbattere ancora piu’ grave, sia durante ilo conflitto – a casua del sessismo e della misoginia accentuati in tempo di guerra – sia dopo, in quella fase di reintegro che per le bambine significa far ritorno a casa e riprendere rapidamente il ruolo tradizionale al’interno della comunita’. Un ruolo ch non contempla il combattimento e neanche la violenza sessuale, spesso accompagnata dal dubbio della consensualita’ della vittima.Per questo, a differenza dei maschietti, le bambine soldato tornano a casa da sole, in punta di piedi, nella magior parte dei casi senza parlare, raccontare o condovodere le terribili esperienze vissute nrgli anni del conflitto, consce che quei racconti comporterebbero l’esclusione automatica dalla comunita’. Il senso di vergogna personale della vittima, nelle societa’ tradizionali, infatti, si trasforma in vergogna collettiva che investe la famiglia e lo stesso villaggio, e che in moltissimi contesti porta all’esclusione delle piccole. Ma il silenzio – come sottoliena uno studio realizzato in Nord Uganda nel 2002 ( Macmullin e Loughry) -, sulle terribili esperinze visute, la non condivisione e la mancata soluzione delle problematiche psocologiche connesse, provocano danni devastanti alle piccole vittime, al loro futuro, al loro viluppo ed al loro sistema comportamentale. Tutte difficolta’ che vengono ulteriormente amp0lificate nel caso in cui – la maggioranza- la bambina soldato ritorni al villaggio con un figlio. In questo caso il silenzio non basta; la presenza di un nuovo nato e l’asenza di un compagno moltiplicano la vergogna singola e collettiva, riversandone una parte anche sul nanato, spesso visto come “un futuro ribelle”. Tutti questi aspetti rendono il reinswrimento sociale delle piccol vittime di sesso femminile estremamente complesso. Da un lato molte bambine, soprattutto quelle con figli, non intendono far ritorno a casa nel timore di essere respinte, rimanendo sempre al margine della societa’ in nuno stato di sopravvivenza fatto di prostituzione, droga e vagabondaggio; dall’altro, una parte sceglie di riamnere all’interno dei gruppi combattenti ( per le piu’ fortunate, a fianco del padre della creatura) che comunque garantiscono, almeno a livello psicologico, una dimensione sociale da cui non si viene respinte. A complicare ulteriormente il reinserimento delle bambine contribusice poi il fatto che un a parte attiva nel ritorno alla vita normale delle “soldatesse” e’ giocata dalla comunita’ locale in cui dovranno fare ritorno. I pochi programmo di reintegro appositamente studiati per le bambine soldato, infatti, mostrano come per ottenere risultati sia necessario operare sulla bambina e sulla comunita’; quest’ultima va accompagna in un percoso che porti all’effettivo riconoscimento del ruolo di “vbittima” alla persona chiamata a reinseririsi. Solo coi’ si potranno successivamente attuare una swerie di dinamiche trasizionali, come i riti di purificazione, che ristabiliscono un equilibrio definitivo sia nella bambina che nella comunita’, consentendo un real e totale recupero. Ma il cammino da compiere su questa strada e’ lungo, visto che ancora oggi il ritorno alla vita normale della stragrande aggioranza delle bambine soldato e’ sotterraneo e nascosto. La presenza femminile all’interno dei gruppi combattenti ( siano esi ribelli o forze governative) viene negata o sminuita; eppure a confernare l’indispensabilita’ dei ruoli che esse ricoprono all’interno della vita economica e sociale delle forze armate, c’e’ il fatto che le piccole-donne sono sempre le ultime a lasciare gli accampamenti e a deporre le armi.
* tratto da “Savane’. Bambine soldato in Costa D’Avorio”, di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini, prefazione di Padre Albanese, Infinito Edizioni
di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini* Gli occhi lucidi, un mitra a portata di mano e, quando c’e’, il figlioletto sulla schiena; combattono nel “bush” e nelle foreste per gruppi guerriglieri dei quali spesso non conoscono gli obiettivi politici. In Costa d’Avorio come in troppe crisi dimenticate. Hanno il volto di giovinette e il corpo acerbo; ma gli sguardi, le espressioni del volto e le movenze sono da adulti. A dieci anni arrivano a saper bene dov’e’ il confine che separa la vita dalla morte. Secondo stime attendibili, sarebbero almeno 120.000 le bambine soldato sparse per il mondo. Uno studio realizzato da alcune orfanizzazioni non governative del settore ritiene che il 40percento dei bambini soldato impegnati nei conflitti africani, asiatici o latinoamericani ( ma anche europei e mediorientali) sia di sesso femminile. Cuoche, portatrici, “mogli” o meglio schiave, molte di queste bambine con il passare del tempo sono diventate veri e propri soldati, che in alcuni conflitti (Liberia, e Sierra Leone) hanno costituito unita’ da combattimento tutte femminili guidate da temuti e temibili comandanti donna. Per la maggior parte di loro, diventare bambine soldato e’ la tragica conclusione di un percorso che inizia con violenze, pestaggi e stupri di gruppo; per altre, invece, e’ una scelta. La scelta di fuggire da una vita dui violenze familiari, magari compiute da un padre alcolizzato e violento; la scelta di combattere per ricevere in premio un paio di scarpe rosse (“Red Shoes” e’ il titolo di un’interessante rapporto scritto per le Nazioni Unite dall’antropologa Irma Specht); oppure, e’ la scelta di sentire, tenendo in mano un Ak-47, quel potere, quel rispetto e quel timore ( spesso l’unico modo per evitare ulteriori violenze e stupri ripetuti) che circondano gli uomini impegnati nei lunghi conflitti di molti Paesi del mondo. In tutti i casi, pero’, le bambine soldato sono il simbolo piu’ evidente dello sfaldamento delle societa’ tradizionali dovuto a conflitti con cause e motivazioni differenti ma con la solita conclusione: la devastazione del tessuto sociale. Una conseguenza che trova proprio nelle bambine soldato l’esempio piu’ evidente. L’attenzione da parte delle organizzazioni umanitarie o delle agenzie ONU alla bambine soldato e alle peculiarieta’ delle loro problematiche e’ recente e risale ai primi ani del 2000. Fino a quel momenti l’accento mediatico, ma anche l’attenzione degli operatori, e’ stato posto quasi esclusivamente sui maschietti, eredi “naturali” della cultura del guerriero; quei bambini soldato utilizzati in decine di conflitti e su cui esiste una saggistica amplissima a partire dai primni anni ’90. Le bambine, invece, per anni sono rimaste nell’ombra. Liquidate troppo spesso, sia dai media che dai governi e dagli operatori, come “ mogli” o “schiave” dei ribelli, l’universo femminile dei piccoli combattenti e’ stato troppo frettolosamente assimilato sia nel raccontarlo che nell’affrontarlo a quello delle vittime dello stupro. Un atteggiamento che ha avuto una conseguenza immediata e gravissima: la quasi totale assenza di bambine nei programmi di disarmo e reinserimento messi a punto da governi, agenzie ONU e organizzazioni non governative. Eppure, a differenza dei loro commilitoni di sesso maschile, una serie di ragioni confermano il bisogno di maggiore assistenza delle bambine. Da un lato, per la maggiore complessita’ delle problematiche che le riguardano – dal momento che il loro ruolo all’interno delle ribellioni le vede essere al contempo “vittime” e “carnefici” -, dall’altro perche’ soprattutto in alcuni contesti sociali (quello africano in particolare), l’universo femminile rappresenta la trama principale del tessuto sociale.
E dove sono le bambine? “Una sera abbiamo visto un reportage televisivo sul recupero dei bambini soldato. Nelle sequenze finali il film mostrava alcune ragazzine, sorridenti e con i braccio i figlioletti. Una scena breve, in coda al documentario, dove colpivca il sorriso di quelle adolescenti. Eppure non c’era nessun approfondimento. Chi erano”Di chi erano i piccoli che portavano in braccio?Che ruolo avvano avuto durante il conflitto?Cosa nascndevano quei sorrisi?”. A parlare sono Susan McKay e Dyan Mazurana, autrici di un rapporto del Centro Studi canadese Rights and Democracy, intitolato “Where are the girls?”. Dopo quel programma tv, le due studiose cercarono di capire le radici del fenimeno e per oltre un anno e mezzo hanno raccolto informazioni e testimonianze sulle bambine solato impegnate nei conflitti di Sierra Leone, Monzambico, Liberia e Uganda. Presentando il documento,nel 2003, il presidente di Rights and Democracy, Jean-Louis Roy, sostenne:”Le bambine soldato non sono e non sono mai ate solo forze di assistenza per i gruppi guerrigleiri. Sono un elemento essenziale delle forze armate, indispensabili per il morale delle truppe, per la sopravvivenza dei repoarti, e soprattutto per le necessita’ riproduttive. Dove sono le bambine, se non vengono considerate come parte delle forze combatetnti, quando arriva il momento di disarmare, smobilitare ed essere reintegrati nella societa’? Come faranno rientro nelle loro comunita’ senxza avere affrontato paure e colpe? Ma soprattutto, quale tipo di societa’ verra’ ricostruita escludendol da questi processi?”.
Essere femmina Eppure da un’analii dei casi si capisce immediatamente come l’universo femminile dei picoli combattenti abbia bnisogno di un’attnzione particolare. Essere donna ende infatti la gia;’ tragica esperienza di un minore costretto a conbattere ancora piu’ grave, sia durante ilo conflitto – a casua del sessismo e della misoginia accentuati in tempo di guerra – sia dopo, in quella fase di reintegro che per le bambine significa far ritorno a casa e riprendere rapidamente il ruolo tradizionale al’interno della comunita’. Un ruolo ch non contempla il combattimento e neanche la violenza sessuale, spesso accompagnata dal dubbio della consensualita’ della vittima.Per questo, a differenza dei maschietti, le bambine soldato tornano a casa da sole, in punta di piedi, nella magior parte dei casi senza parlare, raccontare o condovodere le terribili esperienze vissute nrgli anni del conflitto, consce che quei racconti comporterebbero l’esclusione automatica dalla comunita’. Il senso di vergogna personale della vittima, nelle societa’ tradizionali, infatti, si trasforma in vergogna collettiva che investe la famiglia e lo stesso villaggio, e che in moltissimi contesti porta all’esclusione delle piccole. Ma il silenzio – come sottoliena uno studio realizzato in Nord Uganda nel 2002 ( Macmullin e Loughry) -, sulle terribili esperinze visute, la non condivisione e la mancata soluzione delle problematiche psocologiche connesse, provocano danni devastanti alle piccole vittime, al loro futuro, al loro viluppo ed al loro sistema comportamentale. Tutte difficolta’ che vengono ulteriormente amp0lificate nel caso in cui – la maggioranza- la bambina soldato ritorni al villaggio con un figlio. In questo caso il silenzio non basta; la presenza di un nuovo nato e l’asenza di un compagno moltiplicano la vergogna singola e collettiva, riversandone una parte anche sul nanato, spesso visto come “un futuro ribelle”. Tutti questi aspetti rendono il reinswrimento sociale delle piccol vittime di sesso femminile estremamente complesso. Da un lato molte bambine, soprattutto quelle con figli, non intendono far ritorno a casa nel timore di essere respinte, rimanendo sempre al margine della societa’ in nuno stato di sopravvivenza fatto di prostituzione, droga e vagabondaggio; dall’altro, una parte sceglie di riamnere all’interno dei gruppi combattenti ( per le piu’ fortunate, a fianco del padre della creatura) che comunque garantiscono, almeno a livello psicologico, una dimensione sociale da cui non si viene respinte. A complicare ulteriormente il reinserimento delle bambine contribusice poi il fatto che un a parte attiva nel ritorno alla vita normale delle “soldatesse” e’ giocata dalla comunita’ locale in cui dovranno fare ritorno. I pochi programmo di reintegro appositamente studiati per le bambine soldato, infatti, mostrano come per ottenere risultati sia necessario operare sulla bambina e sulla comunita’; quest’ultima va accompagna in un percoso che porti all’effettivo riconoscimento del ruolo di “vbittima” alla persona chiamata a reinseririsi. Solo coi’ si potranno successivamente attuare una swerie di dinamiche trasizionali, come i riti di purificazione, che ristabiliscono un equilibrio definitivo sia nella bambina che nella comunita’, consentendo un real e totale recupero. Ma il cammino da compiere su questa strada e’ lungo, visto che ancora oggi il ritorno alla vita normale della stragrande aggioranza delle bambine soldato e’ sotterraneo e nascosto. La presenza femminile all’interno dei gruppi combattenti ( siano esi ribelli o forze governative) viene negata o sminuita; eppure a confernare l’indispensabilita’ dei ruoli che esse ricoprono all’interno della vita economica e sociale delle forze armate, c’e’ il fatto che le piccole-donne sono sempre le ultime a lasciare gli accampamenti e a deporre le armi.
* tratto da “Savane’. Bambine soldato in Costa D’Avorio”, di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini, prefazione di Padre Albanese, Infinito Edizioni
May 21 ma che cazzo di schifo di mondo è mai questo?Egitto, singolare interpretazione del Corano di due religiosi della moschea al Azhar del Cairo.Polemiche in Parlamento "La donna deve allattare l'uomo
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
|
tony
CIAO, VOLEVO INVITARE TE E TUTTI I TUOI AMICI BLOGGER AD ANDARE SUL MIO BLOG E FIRMARE LA PETIZIONE CHE HO SCRITTO NEL MIO ULTIMO ARTICOLO. e' MOLTO IMPORTANTE ED è PER UNA POLITICA ETICA. CMQ VI LASCIO QUI IL LINK PER FIRMARE LA PETIZIONE. CERCATE DI DIFFONDERLA IL PIU POSSIBILE. GRAZIE.
(http://tonissimope.spaces.live.com/) |
Appello
CONTRO L'ESPULSIONE DI FRANCO, DISOBBEDIENZA ATTIVA La scelta del Prc di espellere Franco Turigliatto ci appare gravissima. E' una ferita nella storia di Rifondazione e infatti è la prima volta che accade. Per la vicinanza e la solidarietà che proviamo nei confronti di Franco e per la condivisione della sua linea politica la percepiamo e viviamo come un allontanamento collettivo della nostra area a cui ovviamente ci opporremo. "Oggi siamo tutti Franco Turigliatto"Ci sembra inoltre una scelta dettata dalla collocazione governativa e frutto dell'appoggio incondizionato al governo Prodi che non prevede alcuna forma di dissenso. E' inoltre anche una scelta collegata alla nuova linea dell'unità a sinistra che prevede la formazione di una Sinistra di governo che, per definizione, va deprivata di qualsiasi elemento dissenziente. Noi esprimimano la nostra più assoluta solidarietà a Franco, umana e morale ma soprattutto politica. Questo significa disporsi a seguirne le indicazioni dettate dalla sua dichiarazione al Senato con una fiducia al governo che equivale all'appoggio esterno e che è già determinata, a cominciare dall'Afghanistan, a contrastare le misure antipopolari e di guerra del governo Prodi. E quindi a costruire opposizione sociale. Ci impegneremo più di prima, dunque, nei movimenti sociali e nel conflitto proponendo di recupereare lo spirito dei Social Forum cioè l'unità di reti e movimenti in piattaforma comuni. Ci piacerebbe molto poter contribuire a costruire dei Forum dell'opposizione sociale. Al partito diciamo dunque che DISOBBEDIREMO ATTIVAMENTE E IN MASSA alla decisione presa non seguendo la linea dell'appoggio incondizionato al governo ma praticando un'altra linea, quella dell'opposizione sociale. Questa Disobbedienza passa anche per la costruzione convinta e determinata dell'Associazione Sinistra Critica. Nell'immediato e per quanto ci riguarda comunque a) Non voteremo alla Camera la fiducia al governo sia perché, come dice Marco Revelli, i 12 punti sono 12 chiodi su una porta sbarrata ai movimenti e al conflitto, sia per solidarietà a Franco; b) Personalmente non parteciperò alle riunioni di Direzione (di cui sono membro) e al Gruppo parlamentare: per dirla con il nuovo linguaggio, me ne allontanerò; c) Proporremo di continuare la battaglia nelle conferenze di organizzazione locali e in quella nazionale per esigere il ritiro della decisione presa dal Collegio di Garanzia; d) dopo quella scadenza ci riuniremo e collettivamente valuteremo le conseguenze e le decisioni da prendere. Nell'immediato, però, pensiamo che, indipendentemente dalla nostra posizione, pensiamo che Rifondazione debba prendere atto del fallimento della sua linea politica e andare a un Congresso straordinario. Del Congresso di Venezia sono smentiti infatti tre pilastri: l'analisi dei rapporti di forza nel paese che ci consegnano un governo di "minoranza" sociale e ostaggio delle destre; la permeabilità del governo ai movimenti che non esiste. Rifondazione è permeabile ma il governo no e questo costituisce l'origine della crisi del partito; la scelta della Sinistra europea che ci sembra ritirata dalla nuova proposta di Bertinotti di unire la sinistra politica e confermata dalle odierne aperture di Diliberto. Insomma, una battuta di arresto che il partito tutto dovrebbe discute. |
|
APPELLO DI SOLIDARIETA' (adesioni: con-turigliatto@libero.it)
La segreteria del Prc ha dichiarato incompatibile con il partito il senatore Franco Turigliatto, a seguito della sua non partecipazione al voto sulla politica estera del governo. Ci sembra una scelta sbagliata e grave. Innanzitutto perché l'atto parlamentare non solo è in piena coerenza con il programma storico di Rifondazione comunista ma anche perché in sintonia con le istanze di pace dei movimenti degli ultimi anni... Pensare che un governo di centrosinistra possa imporre ai suoi sostenitori missioni di guerra come l'Afghanistan o il raddoppio di una base come quella di Vicenza ci sembra una miopia e la causa prima della crisi attuale. Ma il comportamento di Turigliatto è stato anche accompagnato da un gesto di serietà e correttezza che non può essere sottovalutato: in una politica in cui il seggio o la "poltrona" rappresentano un valore a prescindere, aver presentato le dimissioni al Senato, dopo quarant'anni di militanza politica passata a fianco degli operai e dopo aver costruito dalle fondamenta il Prc, in particolare a Torino, ci sembra un fatto di grande novità e di grande moralità per quanto noi pensiamo che queste dimissioni siano da ritirare. con-turigliatto@libero.it
Esprimiamo la più totale solidarietà umana, morale e politica al senatore Franco Turigliatto che al Senato ha compiuto l'unica scelta possibile per una sinistra pacifista e alternativa. Turigliatto, ben al di là di operazioni politiche di piccolo cabotaggio ha voluto confermare il vincolo morale che lo lega al movimento pacifista e al programma storico di Rifondazione comunista. Il gesto esemplare delle dimissioni dimostra questa correttezza di fondo e la sostanza morale del suo comportamento. Per questo lo ringraziamo. Del resto, la manovra neocentrista che è andata in onda oggi al Senato e che ha visto tra i protagonisti, niente meno che Andreotti, si è incuneata proprio nell'incapacità del governo di cogliere l'importanza del tema della guerra sia nel caso di Vicenza che nel caso dell'Afghanistan. Il governo è andato sotto perché vittima delle proprie contraddizioni e del distacco dallo "spirito originario" che ne ha consentito la vittoria il 9 aprile. Spirito originario in cui il No alla guerra era componente fondamentale come si è visto nella magnifica giornata del 17 febbraio a Vicenza. Per tutta risposta, il governo non solo ha chiuso qualsiasi comunicazione con quella mobilitazione ma nei suoi primi nove mesi di vita ha perseguito una politica centrista fatta di aumento delle spese militari, di avallo delle missioni all'estero, di regali alle imprese e di sacrifici in nome di Maastricht. Tutto questo ha contribuito a ridurne il consenso e a indebolirne le radici. E' qui che è arrivata la "mossa" centrista dell'Udc, di Follini e di Andreotti. Di tutto questo bisogna essene consapevoli: a inseguire il neocentrismo è questo che alla fine prevale. Quanto all'immediato, certamente non siamo felici per l'esito di oggi ma l'unico modo per rimediare a una situazione eccessivamente enfatizzata e drammatizzata ad arte per ricattare la sinistra alternativa è ritornare allo spirito di pace e di solidarietà sociale che ha animato la sconfitta delle destre. Cambiare politica è dunque l'unica strada che il governo ha davanti a sé per recuperare fiducia e darsi una prospettiva |
Dall'11 gennaio 2002, nel centro di detenzione gestito dagli Usa a Guantánamo Bay sono stati trasferiti 775 prigionieri provenienti da oltre 35 paesi. Circa 400 di essi sono tuttora detenuti senza accnsa né processo. Guantánamo Bay è l'esempio più evidente delle violazioni dei diritti umani commesse nel contesto della "guerra al terrore" lanciata dagli Usa all''indomani degli attacchi dell'11 settembre 2001. Nell'ambito della campagna mondiale "Più diritti più sicurezza" Amnesty International lancia un'azione per "Chiudere Guantánamo, ora!" [continua]
11.01.2002 - 11.01.2007: "Chiudere Guantánamo, ora!" Le iniziative in Italia
Firma l'appello per Sami Al-Hajj e per Fawzi al-Odah
Firma l'appello all'Ambasciata degli Usa in Italia
11 gennaio 2002 - 11 gennaio 2007: "Chiudere Guantanamo, ora!" Le iniziative in Italia
Giovedì 11 gennaio, parte in tutta Italia una campagna di Amnesty International per la chiusura del centro di detenzione di Guantánamo Bay, l’esempio più evidente delle violazioni dei diritti umani che si verificano da cinque anni, nel contesto della “guerra al terrore”.
Anche l’Italia, dunque, è chiamata a prendere parte alla campagna mondiale di Amnesty International, chiamata "Global action against Guantánamo". Dall’11 gennaio 2002, nel centro di detenzione gestito dagli Usa sono stati trasferiti 775 prigionieri, circa 400 dei quali (provenienti da oltre 35 paesi) tuttora reclusi senza accusa né processo.
Iniziative sono previste a Bologna, Civitavecchia, Foligno, Milano, Napoli, Padova e Torino.
A Roma, Amnesty International e la casa di produzione e distribuzione cinematografica Fandango organizzeranno un’iniziativa pubblica.
Dalle 17.30 alle 18.30, nella centrale piazza di Pietra, gli attivisti e le attiviste di Amnesty International allestiranno una cella-gabbia piena di detenuti in tuta arancione, l’immagine più nota e simbolica del trattamento carcerario di Guantánamo. Accanto alla struttura, Amanda Sandrelli, Blas Roca Rey e altri rappresentanti del mondo dello spettacolo leggeranno testimonianze di detenuti di Guantánamo. Saranno inoltre letti alcuni monologhi scritti da Diego Cugia sul centro di detenzione.
A seguire, all’interno del Caffè Fandango, sempre in piazza di Pietra, si svolgerà una conferenza cui prenderanno parte i giornalisti Carlo Bonini (la Repubblica) e Jeff Israely (Time Magazine), Fabrizio Grosoli (responsabile sezione documentari Fandango) e Paolo Pobbiati (presidente della Sezione Italiana di Amnesty Interrnational). Nel corso della conferenza, Fandango presenterà la versione in dvd del film “The road to Guantánamo” di Michael Winterbottom e alcuni filmati inediti sul centro di detenzione; Amnesty International illustrerà la campagna “Chiudere Guantánamo, ora!”, che prevede un primo periodo di forte mobilitazione dall’11 al 14 gennaio.
Giovedì 11, i visitatori del Caffè Fandango potranno registrare un video-messaggio per aderire alla campagna “Chiudere Guantánamo, ora!”.
Le iniziative di Amnesty International per la chiusura del centro di detenzione di Guantánamo fanno parte della campagna “Più diritti più sicurezza” lanciata dall’associazione nel novembre 2006 per porre fine alle violazioni dei diritti umani nel contesto della “guerra al terrore”.
Per ulteriori informazioni sulla campagna di Amnesty International:
http://www.amnesty.it/campagne/piu_diritti_piu_sicurezza/index.html
Ufficio stampa Amnesty International
Paola Nigrelli
Tel. (+39) 06 4490224 – 348 6974361
E-mail: press@amnesty.it
Ufficio stampa Fandango
Daniela Staffa (+39) 335.1337630
Marinella Di Rosa (+39) 335.7612295
Manuela Cavallari (+39) 349.689166
Tel. (+39) 06.97745006- fax (+39) 06.97745020
e-mail: ufficiostampa@fandango.it
Caffè Fandango Tel. 06 45472913 caffefandango@caffefandango.it
Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it
http://www.amnesty.it/pressroom/comunicati/CS02-2007.html
Sudan : caschi blu accusati di violenze sessuali su minori
di Carla Amato
Un'inchiesta del Daily Telegraph accusa alcuni peacekeepers dell'ONU di aver violentato minori di 12 anni nel sud Sudan.
Il presunto abuso sarebbe cominciato due anni fa, quando la missione ONU nel sudSudan (UNMIS) - forte di 10.000 unita' militari, di polizia e civili - ha cominciato gli aiuti alla ricostruzione della regione distrutta da una guerra civile di 23 anni. Le prime indicazioni di sfruttamento sessuale sono emerso entro pochi mesi dall'arrivo della forza ONU nel capoluogo regionle di Juba ed il quotidiano britannico ha visto una bozza di un rapporto interno compilato dall'Unicef nel luglio 2005 che dettaglia il problema. Fra le prove un video con soldati ONU del Bangladesh che fanno sesso con tre ragazzine.
Non ci sono rapporti medici che confermano che i bambini siano stati abusati e si presume che cio' sia dovuto al fatto che i servizi medici locali sono limitati e che i bambini abbiano avuto paura di coinvolgere adulti.
Un magistrato della corte della contea di Juba, ha detto che da quando sono giunte le truppe ONU la regione ha visto un aumento nella prostituzione infantile: "La maggior parte della gente che lavora per l'ONU e le ONG sono uomini e devono essere intrattenuti. Ma nessun caso e' stato denunciato". Ad oggi, l'ONU non ha riconosciuto pubblicamente il problema ed ha rifiutato commenti alle specifiche richieste del giornale. Il coordinatore regionale britannico dell'UNMIS, James Ellery, ha detto gia' a maggio scorso che non ci sono prove che confermino le accuse.
Solo Jane Holl Lute, aiuto del segretario generale per il mantenimento della pace, aveva detto: "potrebbe essere vero. Questi ambienti sono un luogo difficile in cui accertare la verita'", aggiungendo di non credere che le specifiche accuse fossero una novita'. Aveva comunque primesso che sarebbero state esaminate, cosi' come tutte le altre: "non saremo compiacenti e non ci sara' alcuna impunita'".
La grave questione dovra' quindi essere affrontata ora dal nuovo segretario generale Ban Ki-moon. Fra l'altro proprio in questo momento l'ONU sta iniziando la sua nuova missione di mantenimento della pace per contribuire a concludere la crisi umanitaria nella regione sudanese del Darfur, una missione a lungo osteggiata dal governo di Kharthoum.
Ad agosto 2006 l'ONU aveva reso noti i risultati dell'inchiesta 'sex for food', sulle accuse di sfruttamento sessuale di giovinette da parte di personale dell'ONU in missione di pace nella Repubblica Democratica del Congo. A donne e ragazze veniva richiesto sesso in cambio di un po' di cibo (da cui il nome). Analoghi episodi erano pure avvenuti con la stessa moneta di scambio in altre zone del mondo, come in Liberia.
Dopo lo scandalo congolese, le Nazioni Unite avevano varato una politica di "tolleranza zero allo sfruttamento ed abuso sessuale". Dall'inizio del 2004 l'ONU ha analizzato accuse di sfruttamento o di abuso sessuale contro 313 membri delle missioni di mantenimento della pace, radiando conseguentemente 17 persone e rimpatriandone forzatamente altre 161.
Il rapporto ONU indicava che le inchieste condotte dai comandi delle diverse missioni o dall'ufficio di controllo dei servizi interni hanno riguardato personale militare e civile, ufficiali di polizia, volontari ONU e appaltatori, ma ha riguardato prevalentemente personale militare. Almeno 206 unita' militari hanno affrontato le indagini, e 144 di esse, compresi 7 comandanti, sono stati rimpatriati o trasferiti per i motivi disciplinari. Sugli 84 civili indagati 10 impiegati e 7 volontari sono stati espulsi, mentre altri sette volontari sono stati rimproverati severamente e il contratto di un appaltatore non e' stato rinnovato. 109 persone sono state invece sollevate da ogni addebito perche' innocenti o per mancanza di prove.
In alcuni casi i governi di provenienza dei soldati hanno provveduto a comminare sanzioni severe, come il Marocco, che prontamente indago' e condanno' i membri del suo personale militare responsabile degli abusi in Congo.
___________
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org
ora ditemi un pò voi come si potrebbero commentare fatti del genere!!!!
| LE NOSTRE COMUNICAZIONI | ||
|
| ||
| LE NOSTRE COMUNICAZIONI | ||
|
| ||
|
|
Se siete pienamente soddisfatti di questa Legge Finanziaria allora potete fare a meno di continuare a leggere. Se, al contrario, non siete soddisfatti o, perlomeno, avete qualche dubbio, potete continuare.
Si possono dire molte cose, ovviamente, ma qui voglio puntare il riflettore su un aspetto della questione.
Si è parlato di agire su due fronti: maggiori entrate (che vuol dire, in sostanza, più tasse) e maggiori tagli.
Ma tagliare, si sa, è difficile. A meno che non si vogliano tagliare gli sprechi, che sarebbe, nel nostro bel Paese, facilissimo.
Oddio, facilissimo a parole, nel senso che ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta; difficilissimo se si pensa che tagliare gli sprechi significa scontentare gli amici degli amici.
Negli ultimi due giorni anche i sindaci (e, in prima fila, i sindaci di sinistra) hanno preso cappello e si sono messi a protestare contro la Finanziaria che da una parte toglie loro risorse, dall'altra li invita a tassare direttamente i cittadini: ovverossia, mettere la propria faccia sulle maggiori tasse.
Ma davvero occorrono più tasse e non si possono tagliare gli sprechi così evidenti?
Quando noi cittadini paghiamo le tasse, in genere, pensiamo che servano per scuole, ospedali, strade e tante belle cose utili a tutti.
Dobbiamo sapere che, con le nostre tasse, in un modo o nell'altro, paghiamo tutte le spese fatte dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni.
Ma avete idee di cosa pagate?
Saccheggiamo, ancora una volta, quell'utile libretto edito dalla Confedilizia (ne avevo già scritto un anno fa) dal titolo illuminante “Odissea dello spreco”.
Allora, coi soldi delle nostre tasse paghiamo anche:
CALCIO - Palermo, Cagliari, Reggina, Messina, Treviso, Vicenza e Torino sono state sponsorizzate (con quale utile?) dai rispettivi Comuni.
SINDACATI - I permessi e i distacchi sindacali nella pubblica amministrazione costano allo Stato (quindi a noi) 120 milioni di euro l'anno.
CLISTERI - In un anno (il 1998) un solo medico dell'Asl di Napoli 5 prescrisse clisteri per un totale di tre miliardi di lire. Roba da insidiare i deretani di mezza Campania.
SITO INTERNET - Il 1° Municipio di Roma (praticamente una Circoscrizione) ha speso oltre 35mila euro per progettare e poi pubblicizzare il proprio sito Internet.
DIVERTIMENTI - La Corte dei Conti ha calcolato che per le spese in divertimenti vari, i Comuni, nel complesso, investono il 20 per cento della spesa.
FORESTALI - I forestali calabresi sono 11mila: la metà di tutti i ranger degli Stati Uniti d'America.
TELECAMERE - Il 3° Municipio di Roma ha installato sette telecamente in piazza Bologna per studiare il traffico. Risultato: spesi 100mila euro per capire che in piazza Bologna c'è un traffico del diavolo.
PENSIONE ASSESSORILE - In Campania gli assessori regionali non eletti , grazie a una legge del 2000, hanno diritto alla pensione, così come i consiglieri eletti (e a noi non bastano trent'anni!).
FOTOCOPIE - Ufficio per lo spettacolo, Ufficio per lo Sport, Ufficio manutenzione stradale, Ufficio parcheggi, Ufficio del sindaco; tutti questi insieme , a Milano, nel 2004, hanno speso 105mila euro in fotocopie.
DIFFERENZIATA - La Regione Campania, notoriamente afflitta dal problema rifiuti, non riesce a far decollare la raccolta differenziata. Ma a questo servizio sono da tempo addetti 2400 dipendenti a 1500 euro al mese.
SEDI ESTERE - La Regione Emilia-Romagna ha alcune sedi all'estero: a Gerusalemme, a Tirana, a Belgrado; e uffici economici a Shangai, Sofia, Belgrado, Buenos Aires, Sarajevo. Vi risparmio i conteggi delle spese.
VENETO-AUSTRALIA - Oltre a un milione e mezzo di euro spesi per convegni e simili nel 2003, la Regione Veneto ha speso 350mila euro solo per una manifestazione in Australia.
TUTTi ALLO STADIO - Il Comune di Milano, proprietario dello stadio di San Siro, ha ottenuto dalla società di gestione 300 biglietti omaggio ogni settimana. E vai!
MASSAGGI - Nel 2004 il presidente del Consiglio comunale di Lecce, per una trasferta a Milano, ha messo nella nota spese (oltre a viaggio, albergo e ristorante) anche un massaggio e l'acquisto di un costume da bagno. Stavolta la nota è stata bloccata.
TELEFONINO BLU - Fra Governo, , Ministeri, Asl, militari, dipendenti Rai, Comuni, Province e Regioni, noi cittadini paghiamo il consumo di circa 300mila telefonini.
TFR FRIULANO - Tutti i sindaci e i presidenti di Provincia del Friuli, a seguito di una legge regionale del 2003, hanno diritto, a fine mandato, della buonuscita.
BIMBI D'AFRICA - Per presentare uno spettacolo teatrale, il Comune di Roma ha offerto agli intervenuti un banchetto con mozzarella di bufala, tocchetti di prosciutto e mortadella, couscous, formaggi, melanzane, zucchine e frutta esotica; il tutto annaffiato da asprino d'Aversa. Lo spettacolo era in favore dei bambini africani.
160MILA AUTOBLU - Nessuno riesce più a farne l'inventario, ma qualche anno fa le auto blu in Italia erano quantificate nel numero di 160mila. E ognuna costa (tutto compreso: autista, benzina, assicurazione ecc.) 70mila euro l'anno. Se facciamo il conto, viene circa 11 miliardi di euro: esattamente un terzo di Finanziaria.
Cari lettori, ho scritto già troppo e potrei andare avanti sino a domani, avendo accennato solo alla centesima parte dell'illuminante libretto.
E di Taranto...che parlo a fare?
Rifondazione dice: “Anche i ricchi piangano”. Va bene, ma i “fessi” quando la smetteranno di pagare inutilmente?
Antonio Biella
direttore@corgiorno.it
| Via Oriana Fallaci piero ricca | |
|
Alla prima domanda mi rispondo di NO. L'abitudine di dedicare una via o una piazza a un personaggio due giorni dopo la morte, mi sembra un segno di imbarbarimento, uno dei tanti. Un vezzo sconcio, da ingranaggio di consumo delle emozioni collettive, che un po' ricorda l'abitudine di applaudire ai funerali o i processi di beatificazione real time a furor di popolo. |
|
| Ratzinger, il "pastore tedesco" Domenica, 17 settembre |
Papa Ratzinger, a dispetto del suo aspetto mite e gentile, mostra i denti contro l’Islam, e fa una serie di errori che provocano la necessità di “precisazioni” da parte della diplomazia vaticana, come fanno i politicanti che, quando vedono l’effetto delle loro esternazioni, smentiscono le “riduttive interpretazioni giornalistiche”. Personalmente, la prima sensazione che ho avuto è quella della inopportunità di un intervento che va a ribadire, citando l’imperatore bizantino Manuele II il Paleologo, il fatto che l’Islam vuole diffondersi tramite la spada, inserendo questa critica in una situazione contemporanea in cui eserciti cristiani e giudei occupano paesi musulmani, per motivi molto meno nobili di quelli dottrinari o religiosi. Parlare oggi all’Islam in questi termini, significa avallare la tesi di Bush che prefigura uno scontro tra civiltà e religioni, in cui si afferma la enorme panzana che i musulmani minacciano l’Occidente e si apprestano a cancellare la nostra cultura e la nostra “civiltà”. Come si faccia ad accusare l’Islam di usare la spada e non fare lo stesso con il cristiano Bush che pratica e riconosce solo il linguaggio della forza e manovra a suo piacimento il più potente e costoso esercito del mondo, è cosa che sfugge alla ragione e solo i preti sono in grado di mistificare i fatti fino a questo punto. Un altro aspetto che mi lascia stupito è il fatto che il Papa abbandoni la tradizionale prudenza e diplomazia, e trascini la Chiesa a marcare la differenza con l’Islam, senza tener conto che fino all’altro ieri, con Giovanni Paolo 2°, si parlava di ecumenismo e di dialogo fra le grandi religioni monoteiste. Tra l’altro questo accusare l’Islam di usare la spada sarà pure vero, ma da che pulpito viene la predica, e si dà l’opportunità ai musulmani di ricordare che la Chiesa ha usato la spada spesso e volentieri, dalle Crociate alla partecipazione attiva al colonialismo, partito proprio dalla cattolicissima Spagna, che in America Latina ottenne conversioni forzate di quelle popolazioni con torture e massacri, passando per le guerre di religione in Europa e la Santa Inquisizione, fino all’attuale legittimazione della politica e delle tesi di Bush. Un altro errore del “pastore tedesco”, che a me sembra madornale, è quello di non riconoscere l’evidenza che la crisi mediorientale in atto non è originata da una frizione tra ideologie religiose, ma dal desiderio Usa, e dei suoi ormai pochi amici, di mantenere l’egemonia sulla più grande area petrolifera del mondo, e che l’Islam fa solo da collante ad una resistenza dei musulmani contro il colonialismo occidentale e cristiano. Ratzinger, caratterizzando in termini di differenze religiose lo scontro in atto, rende un pessimo servizio alla Chiesa che così perde una sorta di “terzietà” che le consentiva mediazioni e credito politico, e non mi meraviglierei che, dopo questo grave errore, facesse la fine di Papa Luciani, una fine rapida et indolore a cura ... I distinguo, e la pretesa di affermare che l’iniziativa papale è proposta di dialogo, si scontrano con le vaste reazioni dei musulmani nel mondo e, nella più benevola delle ipotesi, ci troviamo davanti ad un signore che non capisce nulla del mondo islamico contemporaneo, e non si rende conto del ruolo della Chiesa. Credo che sia rimasto fondamentalmente Prefetto dell’ex Santo Uffizio, con tutta la rigidità di una mentalità tedesca. Le religioni, tutte le religioni, hanno fatto scorrere fiumi di sangue in nome dell’amore per gli altri e della fede. Sarebbe ora che le persone consapevoli cominciassero ad abbandonarle e a vedere nell’impegno personale e sociale il manifestarsi di una concreta sollecitudine verso gli altri, comportandosi sempre con correttezza, solidarietà, spirito di giustizia. “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, se applicato alla lettera, varrebbe più di tutta le filosofie e tutte le rivoluzioni, e non si presta ad ambiguità e a interpretazioni cervellotiche. Ci piacerebbe che i preti si occupassero solo di far comportare i loro seguaci secondo questo principio, e offrissero così al mondo persone migliori e credibili, perché se continuiamo a ritenere George Bush un buon cristiano, e ci nutriamo di questa schifosa ambiguità, il futuro (proprio come il nostro presente) sarà dei falsi e dei guerrafondai. Paolo De Gregorio
Per gentile concessione di MacroMega Carnevale di Viareggio |
Firenze, 15 set. (Adnkronos) - E' morta Oriana Fallaci. La scrittrice e giornalista italiana si è spenta questa notte in un ospedale di Firenze. Aveva 77 anni e da anni soffriva di un male incurabile. I familiari hanno già fatto sapere che la volontà della scrittrice giornalista era di avere esequie in forma strettamente privata, e che loro intendono rispettare questo suo desiderio.
Oriana Fallaci nasce a Firenze il 29 luglio 1929. Giornalista e scrittrice, diventa famosa a livello internazionale per le sue interviste ai potenti del mondo e i suoi reportage, specie di guerra. Negli ultimi anni la sua attenzione critica verso l'Islam contemporaneo ha destato interessi e reazioni contrapposte, comprese denunce alla magistratura, in Italia e all'estero.
Nella sua ultima invettiva, lo scorso 30 maggio 2006, la scrittrice ha attaccato un po' tutti. Romano Prodi e Silvio Berlusconi, liquidati come ''due fottuti idioti''; gli immigranti messicani che manifestano con le bandiere del proprio paese (''mi disgustano''); per il presidente venezuelano Ugo Chavez (''mamma mia''); per Federico Fellini, di cui non ricorda l'intervista ma che non le piace; per l'olio di oliva fatto in New Jersey.
Ma il suo obiettivo principale erano ancora una volta, come ha fatto negli ultimi cinque anni, gli islamici: che non sopporta in generale, perché ''non credo che esista un Islam buono e uno cattivo'' e più in particolare perché non vorrebbe vedere mai la moschea che dovrebbe sorgere a Colle Val d'Elsa: ''E' vicino casa mia, prendo l'esplosivo e la faccio saltare''.
In questo caso a far parlare Oriana Fallaci, attraverso due colloqui diretti, delle email e soprattutto raccontando nei dettagli la vita di chi ''per due decenni è stata una delle più pungenti intervistatrici del mondo'', è stato il ''New Yorker'', uno dei più prestigiosi settimanali americani.
|
No list items have been added yet.
|
|
No list items have been added yet.
|
|
|