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io penso così

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15 December

O E' NATALE TUTTI I GIORNI O NON E' NATALE MAIIIIII

E' quasi Natale
e a Bologna
che freddo che fa
Io parto da Milano
per passarlo
con mamma e papà

Il mondo
forse no, non è cambiato mai
e pace in terra
no non c'è
e non ci sarà
perché noi non siamo uomini
di buona volontà

Non so perché
questo lusso di cartone
se razzismo guerra e fame
ancora uccidon le persone.

Lo sai cos'è,
dovremmo stringerci le mani
... O é Natale tutti i giorni
o non é Natale mai...

E intanto i negozi
brillano e brilla la TV
e le offerte speciali
e i nostri dischi si vendono di più

Il mondo
forse no, non é cambiato mai
e pace in terra
forse un giorno ci sarà
perché il mondo ha molto tempo,
ha tempo
molto più di noi

E intanto noi
ci facciamo i regali
il giorno che è nato Cristo
arricchiamo gl'industriali
e intanto noi
ci mangiamo i panettoni
il giorno che è nato Cristo
diventiamo più ciccioni

Lo sai cos'è,
dovremmo stringerci le mani
... O é Natale tutti i giorni
o non é Natale maaaai...

... O é Natale tutti i giorni
o non é Natale maaaai...

08 December

sciopero generale

Studenti e lavoratori insieme per lo sciopero generale

“NON PAGHERANNO LA VOSTRA CRISI!”

 

Il cosiddetto piano "anticrisi" varato dal governo nei giorni scorsi conferma l'impostazione della sua politica:

Elemosina per i più poveri, miliardi di euro per banchieri e padroni. I veri responsabili della crisi che per decenni si sono arricchiti grazie alle politiche liberiste, alle privatizzazioni, alle esternalizzazioni, in nome degli slogan "meno stato e più mercato", "privato è bello" incassano dal governo Berlusconi altre decine di miliardi, mentre ai pensionati, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai precari e ai disoccupati va solo una indegna elemosina. Confindustria valuta positivamente il decreto governativo, anche se la sua voracità insaziabile glielo fa giudicare "insufficiente". Dopo aver incassato miliardi e miliardi nel periodo delle vacche grasse si apprestano a fare altrettanto con il pretesto della crisi, sfruttando ancor più la classe lavoratrice e saccheggiando il territorio e l’ambiente.

 

Intanto la sofferenza del mondo del lavoro prosegue e si aggrava:

          I salari, fermi da anni grazie alla moderazione delle piattaforme confederali, sono sempre più erosi dalla crescita dei prezzi dei generi di prima necessità;

          I ritmi di lavoro e gli orari di fatto si intensificano e minano la salute delle lavoratrici e dei lavoratori;

          I diritti nelle aziende si fanno sempre meno esigibili e la Confindustria ha l’obbiettivo di far saltare i contratti collettivi di lavoro;

          La precarietà del lavoro non colpisce solo i precari, ma ha ormai contagiato anche i lavoratori e le lavoratrici a tempo indeterminato; centinaia di migliaia sono già in cassa integrazione, mezzo milione di precari sono mandati a casa e si prevedono due anni di recessione con una massiccia disoccupazione.

 

CISL, UIL e UGL hanno accettato i provvedimenti governativi, ribadendo la loro complicità con la Confindustria e con il governo.

Ma la mobilitazione crescente, prolungata e diffusa degli/delle studenti, delle/degli insegnanti, delle dei ricercatrici/ricercatori, l'indizione dello sciopero generale dei metalmeccanici e dei lavoratori della Funzione pubblica, il successo dello sciopero e della manifestazione delle lavoratrici e dei lavoratori del commercio e del terziario e, già prima, la grande manifestazione nazionale dei sindacati di base, hanno indotto la CGIL a rompere gli indugi e a proclamare lo sciopero generale per il 12 dicembre. Altrettanto hanno fatto i sindacati di base, proclamando anch'essi lo sciopero su piattaforme più radicali. Le manifestazioni del 12 dicembre saranno, dunque, ancora una volta, una grande occasione per ritrovare in piazza insieme studenti e lavoratrici e lavoratori uniti a gridare insieme: «Noi la crisi non la paghiamo».

Al di là della piattaforma della CGIL, moderata come tutta la sua politica, il movimento si batte per obiettivi concreti: il ritiro senza condizioni dei decreti del governo Berlusconi-Tremonti-Gelmini in materia di istruzione, la stabilizzazione dei precari, una diversa politica salariale che ridistribuisca fortemente i redditi a favore delle classi lavoratrici, la difesa dei contratti nazionali di lavoro. Alla straordinaria gravità della crisi occorre rispondere con obbiettivi non meno straordinari e radicali, capaci di far pagare i responsabili della crisi.

 

          Blocco di tutti i licenziamenti, compresi quelli dei lavoratori precari;

          una grande patrimoniale per tassare le grandi proprietà e profitti trovando così le risorse per interventi pubblici straordinari;

          Sostegno al reddito dei lavoratori con l’istituzione di un salario minimo di 1.300 euro al mese e di una salario sociale triennale per chiunque resti senza lavoro e dal raddoppio delle pensioni minime;

          nazionalizzare le banche per metterle al servizio del paese e garantire un intervento pubblico per rilanciare servizi pubblici e stato sociale.

 

Lo sciopero generale del 12 deve essere solo un inizio, per provare a vincere come in Francia. Bloccare il Governo Berlusconi è possibile approfondendo e unificando le lotte.

 

www.sinstracritica.org

20 September

MIA CARA MINISTRA........

Quel "contro" di troppo

di Nella Condorelli

C’e’ un “contro” di troppo nel titolo del disegno di legge “recante misure contro la prostituzione” firmato dalla ministra delle Pari opportunita’ Carfagna e dal ministro degli Interni Maroni, e approvato in blocco dal Consiglio de Ministri mercoledi 10 settembre 2008.
Un’interpretazione letterale della parola vedrebbe infatti il ddl - 4 articoli - affrontare a tutto tondo la questione “prostituzione” partendo dai suoi attori principali, tutti e nessuno escluso. Prostitute, clienti e sfruttatori. Che, in ordine d’importanza rispetto al ruolo svolto nell’affare che porta ogni giorno milioni di italiani maschi all’amore “mercenario” (come si diceva una volta.., in parallelo interessante con la guerra) vanno sicuramente classificati all’inverso, e cioe Sfruttatori, Clienti e Prostitute. Il ddl Carfagna ignora i primi, gli sfruttatori, e considera attori solo gli altri, di fatto assolvendo mandanti e motivi del reato, vale a dire la rete criminale che gestisce il giro tutto economico della prostituzione terzo millennio, sconfinata da tempo nella tratta globale delle donne, delle adolescenti, delle bambine e dei bambini. Il vero e centrale problema.

Riguarda le centinaia di migliaia di esseri umani, donne in maggioranza, torturate da guerre senza fine, fame e carestie, avvilite da poverta’ e indigenza, affascinate dai bagliori delle luci della citta’, pressate dai modelli televisivi, che quotidianamente cedono alle lusighe del corrispondente di villaggio o di quartiere organico alla rete criminale, e partono in cerca di un’emancipazione impossibile da trovare sui marciapedi della tratta. Il fenomeno e’ globale, tocca le citta’ occidentali e orientali, non tiene in alcun conto regole e principi meno che mai religiosi persino fondanti l’organizzazione statale (la Repubblica Teocratica Iraniana, solo per fare un’esempio, e’ uno dei luoghi piu’ attivi della tratta internazionale che fornisce prostituzione a tutti i Paesi del Golfo, e non solo),  e necessita di strumenti d'intervento mirati e intercorrelati.
Per questo, la tratta delle donne e dei bambini, la tutela di questi soggetti deboli, e’ da tempo al centro di politiche specifiche, nazionali ed internazionali, basate sulla premessa dello "sforzo comune" oltre ogni frontiera. Nella seduta dello scorso 3 settembre, il Parlamento europeo - chiamato a dare risposta al Rapporto della Commissione sulla parita’ uomo-donna 2008 negli stati dell’Unione -, ha approvato con 563 voti a favore la Relazione dell’aurodeputata Garcia Perez, PSE-Es, che a proposito di tratta e di prostituzione sottolinea la necessita’ di “un’azione concertata UE” per contrastare innanzitutto la rete criminale che la gestisce. La rete dello sfruttamento, gli sfruttatori. Il disegno di legge della nostra ministra invece li ignora, e non vi fa cenno.
Una spiegazione si puo’ rintracciare nella definizione che il ddl da’ del “fenomeno prostituzione” inquadrandolo sotto la voce “allarme sociale”.
Il punto, per Carfagna-Maroni, e’ la Strada. Da qui, la strategia repressiva, punitiva nei confronti di prostitute e clienti purche’ “in strada”. Concetto ripetuto dalla ministra che a Rai News24 ha ribadito di non avere alcuna intenzione - ne’ lei ne’ altri ministri - di intervenire sulla prostituzione “in appartamento”, al chiuso delle mura per cosi dire domestiche, dove l’occhio non arriva.
Se ne potrebbe discutere all’infinito. E’ negli appartamenti che si consuma il grosso della tratta, in queste carceri non carceri dove la violenza dei carcerieri-sfruttatori riduce le prostitute in schiavitu’, sono le stanze da dove passano in tante prima di finire sulla strada, ultime tra le ultime.

Nel commentare il suo ddl, la ministra Carfagna ha anche dichiarato che “la prostituzione le fa orrore“.
Il movimento delle donne si interroga da decenni, anzi dai primi del Novecento, su questo aspetto della vita femminile, sulle dinamiche che legano prostitute e clienti, sul significato del sesso a pagamento, sui tanti aspetti dell’amore, sulla sua violenza, sulle radici remote, remotissime, del fenomeno, forse legato a riti religiosi comunque consacranti la sessualita’.
C’e’ una parte del pensiero femminista che ne considera gli aspetti legati alla liberta’ femminile ed alla proprieta’ del corpo delle donne, ma nessuna ha mai pensato di tirarvi dentro anche lo sfruttamento della prostituzione e il “mestiere” degli sfruttatori.
Anzi, e’ li’ che bisogna colpire per rompere la catena delle schiavitu’. Ovunque. Strada o appartamenti, la questione non muta, sul piano repressivo. Se invece guardiamo a quello sociale e culturale (purtroppo del tutto assente nel ddl), allora bisognerebbe avere il coraggio di denunciare e grattare via dalla pelle dell’Italia la pellicola di ipocrisia bigotta che ci sta soffocando, e dire pane al pane. Cioe’, parlare di Donne. Oggi, in talia. Concepire nei modi di essere, nel linguaggio, nei programmi scolastici, nei programmi televisivi e sulla stampa, una diversa immagine del femminile, parita’ e rispetto.
Nel frastagliato e prismativo ricorso degli italiani alle prostitute (nove milioni, ogni giorno, secondo le statistiche, da 18 a 88 anni), c’e’ infatti una comune premessa, e’ il modo in cui oggi veniamo trattate e descritte e interpretate noi donne, tutte noi italiane, dai nostri maschi. Questione che tira in ballo innanzitutto la politica. Cahiers de doléance: siamo tra le ultime a livello europeo e internazionale sul lavoro, nella rappresentanza politica, nell’amministrazione della cosa publica, nei luoghi decisionali di ogni genere e tipo, nella gestione del corpo…Siamo comunque le piu' nude in tv, e le prime in Veline del pianeta.

Concludendo, non mi sembra che punire clienti e prostitute sui marciapiedi, ignorando tutto il resto, serva a sdradicare il fenomeno prostituzione, a dare un “colpo mortale al sistema”, o a favorire la “sicurezza delle citta”, come la nostra ministra ha dichiarato con ottimismo, e come il ddl sembra voler credere e far credere.
Mette solo una pezza bigotta sui viali di periferia, con un’occhio alle aree di futura urbanizzazione, e apre la strada a risultati contrari alle premesse. Un esempio? Penso agli abitanti di quei viali, delle zone limitrofe, ancora in campagna ma gia’ nell’occhio esperto degli immobiliaristi; penso a quelli che lamentano la perdita di valore delle case su questi stessi viali.., chi gli dice che domani non si ritroveranno con le schiave-prostitute dentro il condominio, e con gli acquirenti e l’annessa squadra di lavoro - clienti, sorveglianti, sfruttatori, maitresses e buttafuori - direttamente per le scale di casa? Allora, addio anche ai voti che questo ddl potrebbe oggi racimolare tra chi non vede o non vuol vedere piu’ lontano del suo naso.

Per questo, quel titolo “contro la prostituzione” mi pare di troppo. Questo ddl e’ un decreto modesto perche' monco, tutto interno ad una logica d’Italia di provincia, schiacciato su una politica locale di repressione; un decreto “ad effetto” come uno studio televisivo, che generera’ risultati men che modesti, e come si diceva prima solo qualche voto temporaneo.

07 March

chissà perchè noi siamo sempre depresse!

Non c’è solo la 194 da difendere ma la nostra salute e la nostra vita

Lorella Pintuso
Mi chiedo come e perchè se un uomo si presenta al medico descrivendo ansia, tremore, palpitazione, stanchezza, ecc....non viene mai considerato depresso, ma fisicamente debilitato e quindi si avvia subito ad esami diagnostici mirati per individuare al più presto la patologia e la cura.

Sì, è davvero ora di finirla e lo dico proprio in occasione dell’ 8 marzo, giorno in cui noi donne saremo ancora una volta festeggiate, commemorate, ammirate, ricordate e ....prese per i fondelli !

E’ ora di finirla d’essere considerate sempre e comunque un mondo a parte, una fetta di umanità sempre e comunque stressata, isterica e nevrotica ! Ieri ci indicavano come "streghe" da bruciare, oggi come "depresse croniche" da sedare.
Dopo l’ennesimo fatto in cui una grave malattia come il diabete viene superficialmente scambiata e curata come depressione, causando la morte di una splendida ragazza nel fiore degli anni e con un bimbo in grembo (Angela Scibilia di Seminara -RC - 22 anni), dobbiamo veramente unirci e difenderci per gridare BASTA !!

Basta con questa classe medica che da Nord a Sud non guarda più il paziente come essere umano da capire, conoscere e curare, ma fa distinzioni sessuali riconoscendo la donne spesso come soggetto ipocondriaco vittima del ritmo stressante della vita moderna. Quindi, in poche parole, semplicemente depresso.

E’ successo a me personalmente, curata per mesi con potenti farmaci antidepressivi per poi scoprire, quando la patologia è peggiorata, che dietro quei sintomi c’era una tiroidite avanzata. E’ successo ad altre amiche e persone care che sono state tutte - e ripeto tutte - scambiate per nevrotiche solo perchè dal racconto della propria vita quotidiana poteva emergere un surplus si emotività,impegno e fatica tali da inquadrare la patologia semplicemente come esaurimento nervoso, mentre in quasi tutti i casi si trattava di malattia diversa, non della psiche ma del corpo, aggravata dalla tardiva diagnosi.

Probabilmente per la classe medica noi donne siamo un problema, per cui meglio sedarci e rimbambirci di psicofarmaci così almeno dormiamo e non rompiamo le scatole a nessuno. Mi chiedo come e perchè se un uomo si presenta al medico descrivendo ansia, tremore, palpitazione, stanchezza, ecc....non viene mai considerato depresso, ma fisicamente debilitato e quindi si avvia subito ad esami diagnostici mirati per individuare al più presto la patologia e la cura.

Forse noi donne dovremmo solo augurarci di avere un cancro, perchè in quel caso (ma a volte nemmeno in quello) il medico non avrà dubbi ad emettere una diagnosi certa, perchè evidente. Per tutti gli altri casi siamo in balìa di noi stesse.

Care donne, altro che 8 marzo !!! non c’è solo la L. 194 da difendere, ma la tutela della nostra salute e della nostra stessa vita ed il cammino, purtroppo, è davvero ancora molto lungo...!

7 marzo 2008
19 January

e dove sono le bambine?

AFRICA> GUERRE QUASI DIMENTICATE
Un fucile al posto della bambola
AFRICA> GUERRE QUASI DIMENTICATE
Un fucile al posto della bambola

di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini*


Gli occhi lucidi, un mitra a portata di mano e, quando c’e’, il figlioletto sulla schiena; combattono nel “bush” e nelle foreste per gruppi guerriglieri dei quali spesso non conoscono gli obiettivi politici.

In Costa d’Avorio come in troppe crisi dimenticate. Hanno il volto di giovinette e il corpo acerbo; ma gli sguardi, le espressioni del volto e le movenze sono da adulti. A dieci anni arrivano a saper bene dov’e’ il confine che separa la vita dalla morte. Secondo stime attendibili, sarebbero almeno 120.000 le bambine soldato sparse per il mondo. Uno studio realizzato da alcune orfanizzazioni non governative del settore ritiene che il 40percento dei bambini soldato impegnati nei conflitti africani, asiatici o latinoamericani ( ma anche europei e mediorientali) sia di sesso femminile. Cuoche, portatrici, “mogli” o meglio schiave, molte di queste bambine con il passare del tempo sono diventate veri e propri soldati, che in alcuni conflitti (Liberia, e Sierra Leone) hanno costituito unita’ da combattimento tutte femminili guidate da temuti e temibili comandanti donna.

Per la maggior parte di loro, diventare bambine soldato e’ la tragica conclusione di un percorso che inizia con violenze, pestaggi  e stupri di gruppo; per altre, invece, e’ una scelta. La scelta di fuggire da una vita dui violenze familiari, magari compiute da un padre alcolizzato e violento; la scelta di combattere per ricevere in premio un paio di scarpe rosse (“Red Shoes” e’ il titolo di un’interessante rapporto scritto per le Nazioni Unite dall’antropologa Irma Specht); oppure, e’ la scelta di sentire, tenendo in mano un Ak-47, quel potere, quel rispetto e quel timore ( spesso l’unico modo per evitare ulteriori violenze e stupri ripetuti) che circondano gli uomini impegnati nei lunghi conflitti di molti Paesi del mondo. In tutti i casi, pero’, le bambine soldato sono il simbolo piu’ evidente dello sfaldamento delle societa’ tradizionali dovuto a conflitti con cause e motivazioni differenti ma con la solita conclusione: la devastazione del tessuto sociale. Una conseguenza che trova proprio nelle bambine soldato l’esempio piu’ evidente.

L’attenzione da parte delle organizzazioni umanitarie o delle agenzie ONU alla bambine soldato e alle peculiarieta’ delle loro problematiche e’ recente e risale ai primi ani del 2000.

Fino a quel momenti l’accento mediatico, ma anche l’attenzione degli operatori, e’ stato posto quasi esclusivamente sui maschietti, eredi “naturali” della cultura del guerriero; quei bambini soldato utilizzati in decine di conflitti e su cui esiste una saggistica amplissima a partire dai primni anni ’90.

Le bambine, invece, per  anni sono rimaste nell’ombra. Liquidate troppo spesso, sia dai media che dai governi e dagli operatori, come “ mogli” o “schiave” dei ribelli, l’universo femminile dei piccoli combattenti e’ stato troppo frettolosamente assimilato sia nel raccontarlo che nell’affrontarlo a quello delle vittime dello stupro. Un atteggiamento che ha avuto una conseguenza immediata e gravissima: la quasi totale assenza di bambine nei programmi di disarmo e reinserimento messi a punto da governi, agenzie ONU e organizzazioni non governative.

Eppure, a differenza dei loro commilitoni di sesso maschile, una serie di ragioni confermano il bisogno di maggiore assistenza delle bambine. Da un lato, per la maggiore complessita’ delle problematiche che le riguardano – dal momento che il loro ruolo all’interno delle ribellioni le vede essere al contempo “vittime” e “carnefici” -, dall’altro perche’ soprattutto in alcuni contesti sociali (quello africano in particolare), l’universo femminile rappresenta la trama principale del tessuto sociale.

 

E dove sono le bambine?     

“Una sera abbiamo visto un reportage televisivo sul recupero dei bambini soldato. Nelle sequenze finali il film mostrava alcune ragazzine, sorridenti e con i braccio i figlioletti. Una scena breve, in coda al documentario, dove colpivca il sorriso di quelle adolescenti. Eppure non c’era nessun approfondimento. Chi erano”Di chi erano i piccoli che portavano in braccio?Che ruolo avvano avuto durante il conflitto?Cosa nascndevano quei sorrisi?”. A parlare sono Susan McKay e Dyan Mazurana, autrici di un rapporto del Centro Studi canadese Rights and Democracy, intitolato “Where are the girls?”. Dopo quel programma tv, le due studiose cercarono di capire le radici del fenimeno e per oltre un anno e mezzo hanno raccolto informazioni e testimonianze sulle bambine solato impegnate nei conflitti di Sierra Leone, Monzambico, Liberia e Uganda. Presentando il documento,nel 2003, il presidente di Rights and Democracy, Jean-Louis Roy, sostenne:”Le bambine soldato non sono e non sono mai ate solo forze di assistenza per i gruppi guerrigleiri. Sono un elemento essenziale delle forze armate, indispensabili per il morale delle truppe, per la sopravvivenza dei repoarti, e soprattutto per le necessita’ riproduttive. Dove sono le bambine, se non vengono considerate come parte delle forze combatetnti, quando arriva il momento di disarmare, smobilitare ed essere reintegrati nella societa’? Come faranno rientro nelle loro comunita’ senxza avere affrontato paure e colpe? Ma soprattutto, quale tipo di societa’ verra’ ricostruita escludendol da questi processi?”.

 

Essere femmina

Eppure da un’analii dei casi si capisce immediatamente come l’universo femminile dei picoli combattenti abbia bnisogno di un’attnzione particolare. Essere donna ende infatti la gia;’ tragica esperienza di un minore costretto a conbattere ancora piu’ grave, sia durante ilo conflitto – a casua del sessismo e della misoginia accentuati in tempo di guerra – sia dopo, in quella fase di reintegro  che per le bambine significa far ritorno a casa e riprendere rapidamente il ruolo tradizionale al’interno della comunita’. Un ruolo ch non contempla il combattimento e neanche la violenza sessuale, spesso accompagnata dal dubbio della consensualita’ della vittima.Per questo, a differenza dei maschietti, le bambine soldato tornano a casa da sole, in punta di piedi, nella magior parte dei casi senza parlare, raccontare o condovodere le terribili esperienze vissute nrgli anni del conflitto, consce che quei racconti  comporterebbero l’esclusione automatica dalla comunita’.

Il senso di vergogna personale della vittima, nelle societa’ tradizionali, infatti, si trasforma in vergogna collettiva che investe la famiglia e lo stesso villaggio, e che in moltissimi contesti porta all’esclusione delle piccole. Ma il silenzio – come sottoliena uno studio realizzato in Nord Uganda nel 2002 ( Macmullin e Loughry) -, sulle terribili esperinze visute, la non condivisione e la mancata soluzione delle problematiche psocologiche connesse, provocano danni devastanti alle piccole vittime, al loro futuro, al loro viluppo ed al loro sistema comportamentale.

Tutte difficolta’ che vengono ulteriormente amp0lificate nel caso in cui – la maggioranza- la bambina soldato ritorni al villaggio con un figlio. In questo caso il silenzio non basta; la presenza di un nuovo nato e l’asenza di un compagno moltiplicano la vergogna singola e collettiva, riversandone una parte anche sul nanato, spesso visto come “un futuro ribelle”. Tutti questi aspetti rendono il reinswrimento sociale delle piccol vittime di sesso femminile estremamente complesso. Da un lato molte bambine, soprattutto quelle con figli, non intendono far ritorno a casa nel timore di essere respinte, rimanendo sempre al margine della societa’ in nuno stato di sopravvivenza fatto di prostituzione, droga e vagabondaggio; dall’altro, una parte sceglie di riamnere all’interno dei gruppi combattenti ( per le piu’ fortunate, a fianco del padre della creatura) che comunque garantiscono, almeno a livello psicologico, una dimensione sociale da cui non si viene respinte. A complicare ulteriormente il reinserimento delle bambine contribusice poi il fatto che un a parte attiva nel ritorno alla vita normale delle “soldatesse” e’ giocata dalla comunita’ locale in cui dovranno fare ritorno. I pochi programmo di reintegro appositamente studiati per le bambine soldato, infatti, mostrano come per ottenere risultati sia necessario operare sulla bambina e sulla comunita’; quest’ultima va accompagna in un percoso che porti all’effettivo riconoscimento del ruolo di “vbittima” alla persona chiamata a reinseririsi. Solo coi’ si potranno successivamente attuare una swerie di dinamiche trasizionali, come i riti di purificazione, che ristabiliscono un equilibrio definitivo sia nella bambina che nella comunita’, consentendo un real e totale recupero. Ma il cammino da compiere su questa strada e’ lungo, visto che ancora oggi il ritorno alla vita normale della stragrande aggioranza delle bambine soldato e’ sotterraneo e nascosto. La presenza femminile all’interno dei gruppi combattenti ( siano esi ribelli o forze governative) viene negata o sminuita; eppure a confernare l’indispensabilita’ dei ruoli che esse ricoprono all’interno della vita economica e sociale delle forze armate, c’e’ il fatto che le piccole-donne sono sempre le ultime a lasciare gli accampamenti e a deporre le armi.

 

* tratto da “Savane’. Bambine soldato in Costa D’Avorio”, di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini, prefazione di Padre Albanese, Infinito Edizioni

 

 

 



di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini*


Gli occhi lucidi, un mitra a portata di mano e, quando c’e’, il figlioletto sulla schiena; combattono nel “bush” e nelle foreste per gruppi guerriglieri dei quali spesso non conoscono gli obiettivi politici.

In Costa d’Avorio come in troppe crisi dimenticate. Hanno il volto di giovinette e il corpo acerbo; ma gli sguardi, le espressioni del volto e le movenze sono da adulti. A dieci anni arrivano a saper bene dov’e’ il confine che separa la vita dalla morte. Secondo stime attendibili, sarebbero almeno 120.000 le bambine soldato sparse per il mondo. Uno studio realizzato da alcune orfanizzazioni non governative del settore ritiene che il 40percento dei bambini soldato impegnati nei conflitti africani, asiatici o latinoamericani ( ma anche europei e mediorientali) sia di sesso femminile. Cuoche, portatrici, “mogli” o meglio schiave, molte di queste bambine con il passare del tempo sono diventate veri e propri soldati, che in alcuni conflitti (Liberia, e Sierra Leone) hanno costituito unita’ da combattimento tutte femminili guidate da temuti e temibili comandanti donna.

Per la maggior parte di loro, diventare bambine soldato e’ la tragica conclusione di un percorso che inizia con violenze, pestaggi  e stupri di gruppo; per altre, invece, e’ una scelta. La scelta di fuggire da una vita dui violenze familiari, magari compiute da un padre alcolizzato e violento; la scelta di combattere per ricevere in premio un paio di scarpe rosse (“Red Shoes” e’ il titolo di un’interessante rapporto scritto per le Nazioni Unite dall’antropologa Irma Specht); oppure, e’ la scelta di sentire, tenendo in mano un Ak-47, quel potere, quel rispetto e quel timore ( spesso l’unico modo per evitare ulteriori violenze e stupri ripetuti) che circondano gli uomini impegnati nei lunghi conflitti di molti Paesi del mondo. In tutti i casi, pero’, le bambine soldato sono il simbolo piu’ evidente dello sfaldamento delle societa’ tradizionali dovuto a conflitti con cause e motivazioni differenti ma con la solita conclusione: la devastazione del tessuto sociale. Una conseguenza che trova proprio nelle bambine soldato l’esempio piu’ evidente.

L’attenzione da parte delle organizzazioni umanitarie o delle agenzie ONU alla bambine soldato e alle peculiarieta’ delle loro problematiche e’ recente e risale ai primi ani del 2000.

Fino a quel momenti l’accento mediatico, ma anche l’attenzione degli operatori, e’ stato posto quasi esclusivamente sui maschietti, eredi “naturali” della cultura del guerriero; quei bambini soldato utilizzati in decine di conflitti e su cui esiste una saggistica amplissima a partire dai primni anni ’90.

Le bambine, invece, per  anni sono rimaste nell’ombra. Liquidate troppo spesso, sia dai media che dai governi e dagli operatori, come “ mogli” o “schiave” dei ribelli, l’universo femminile dei piccoli combattenti e’ stato troppo frettolosamente assimilato sia nel raccontarlo che nell’affrontarlo a quello delle vittime dello stupro. Un atteggiamento che ha avuto una conseguenza immediata e gravissima: la quasi totale assenza di bambine nei programmi di disarmo e reinserimento messi a punto da governi, agenzie ONU e organizzazioni non governative.

Eppure, a differenza dei loro commilitoni di sesso maschile, una serie di ragioni confermano il bisogno di maggiore assistenza delle bambine. Da un lato, per la maggiore complessita’ delle problematiche che le riguardano – dal momento che il loro ruolo all’interno delle ribellioni le vede essere al contempo “vittime” e “carnefici” -, dall’altro perche’ soprattutto in alcuni contesti sociali (quello africano in particolare), l’universo femminile rappresenta la trama principale del tessuto sociale.

 

E dove sono le bambine?     

“Una sera abbiamo visto un reportage televisivo sul recupero dei bambini soldato. Nelle sequenze finali il film mostrava alcune ragazzine, sorridenti e con i braccio i figlioletti. Una scena breve, in coda al documentario, dove colpivca il sorriso di quelle adolescenti. Eppure non c’era nessun approfondimento. Chi erano”Di chi erano i piccoli che portavano in braccio?Che ruolo avvano avuto durante il conflitto?Cosa nascndevano quei sorrisi?”. A parlare sono Susan McKay e Dyan Mazurana, autrici di un rapporto del Centro Studi canadese Rights and Democracy, intitolato “Where are the girls?”. Dopo quel programma tv, le due studiose cercarono di capire le radici del fenimeno e per oltre un anno e mezzo hanno raccolto informazioni e testimonianze sulle bambine solato impegnate nei conflitti di Sierra Leone, Monzambico, Liberia e Uganda. Presentando il documento,nel 2003, il presidente di Rights and Democracy, Jean-Louis Roy, sostenne:”Le bambine soldato non sono e non sono mai ate solo forze di assistenza per i gruppi guerrigleiri. Sono un elemento essenziale delle forze armate, indispensabili per il morale delle truppe, per la sopravvivenza dei repoarti, e soprattutto per le necessita’ riproduttive. Dove sono le bambine, se non vengono considerate come parte delle forze combatetnti, quando arriva il momento di disarmare, smobilitare ed essere reintegrati nella societa’? Come faranno rientro nelle loro comunita’ senxza avere affrontato paure e colpe? Ma soprattutto, quale tipo di societa’ verra’ ricostruita escludendol da questi processi?”.

 

Essere femmina

Eppure da un’analii dei casi si capisce immediatamente come l’universo femminile dei picoli combattenti abbia bnisogno di un’attnzione particolare. Essere donna ende infatti la gia;’ tragica esperienza di un minore costretto a conbattere ancora piu’ grave, sia durante ilo conflitto – a casua del sessismo e della misoginia accentuati in tempo di guerra – sia dopo, in quella fase di reintegro  che per le bambine significa far ritorno a casa e riprendere rapidamente il ruolo tradizionale al’interno della comunita’. Un ruolo ch non contempla il combattimento e neanche la violenza sessuale, spesso accompagnata dal dubbio della consensualita’ della vittima.Per questo, a differenza dei maschietti, le bambine soldato tornano a casa da sole, in punta di piedi, nella magior parte dei casi senza parlare, raccontare o condovodere le terribili esperienze vissute nrgli anni del conflitto, consce che quei racconti  comporterebbero l’esclusione automatica dalla comunita’.

Il senso di vergogna personale della vittima, nelle societa’ tradizionali, infatti, si trasforma in vergogna collettiva che investe la famiglia e lo stesso villaggio, e che in moltissimi contesti porta all’esclusione delle piccole. Ma il silenzio – come sottoliena uno studio realizzato in Nord Uganda nel 2002 ( Macmullin e Loughry) -, sulle terribili esperinze visute, la non condivisione e la mancata soluzione delle problematiche psocologiche connesse, provocano danni devastanti alle piccole vittime, al loro futuro, al loro viluppo ed al loro sistema comportamentale.

Tutte difficolta’ che vengono ulteriormente amp0lificate nel caso in cui – la maggioranza- la bambina soldato ritorni al villaggio con un figlio. In questo caso il silenzio non basta; la presenza di un nuovo nato e l’asenza di un compagno moltiplicano la vergogna singola e collettiva, riversandone una parte anche sul nanato, spesso visto come “un futuro ribelle”. Tutti questi aspetti rendono il reinswrimento sociale delle piccol vittime di sesso femminile estremamente complesso. Da un lato molte bambine, soprattutto quelle con figli, non intendono far ritorno a casa nel timore di essere respinte, rimanendo sempre al margine della societa’ in nuno stato di sopravvivenza fatto di prostituzione, droga e vagabondaggio; dall’altro, una parte sceglie di riamnere all’interno dei gruppi combattenti ( per le piu’ fortunate, a fianco del padre della creatura) che comunque garantiscono, almeno a livello psicologico, una dimensione sociale da cui non si viene respinte. A complicare ulteriormente il reinserimento delle bambine contribusice poi il fatto che un a parte attiva nel ritorno alla vita normale delle “soldatesse” e’ giocata dalla comunita’ locale in cui dovranno fare ritorno. I pochi programmo di reintegro appositamente studiati per le bambine soldato, infatti, mostrano come per ottenere risultati sia necessario operare sulla bambina e sulla comunita’; quest’ultima va accompagna in un percoso che porti all’effettivo riconoscimento del ruolo di “vbittima” alla persona chiamata a reinseririsi. Solo coi’ si potranno successivamente attuare una swerie di dinamiche trasizionali, come i riti di purificazione, che ristabiliscono un equilibrio definitivo sia nella bambina che nella comunita’, consentendo un real e totale recupero. Ma il cammino da compiere su questa strada e’ lungo, visto che ancora oggi il ritorno alla vita normale della stragrande aggioranza delle bambine soldato e’ sotterraneo e nascosto. La presenza femminile all’interno dei gruppi combattenti ( siano esi ribelli o forze governative) viene negata o sminuita; eppure a confernare l’indispensabilita’ dei ruoli che esse ricoprono all’interno della vita economica e sociale delle forze armate, c’e’ il fatto che le piccole-donne sono sempre le ultime a lasciare gli accampamenti e a deporre le armi.

 

* tratto da “Savane’. Bambine soldato in Costa D’Avorio”, di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini, prefazione di Padre Albanese, Infinito Edizioni

 

 

 


AFRICA> GUERRE QUASI DIMENTICATE Un fucile al posto della bambola di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini* Gli occhi lucidi, un mitra a portata di mano e, quando c’e’, il figlioletto sulla schiena; combattono nel “bush” e nelle foreste per gruppi guerriglieri dei quali spesso non conoscono gli obiettivi politici. In Costa d’Avorio come in troppe crisi dimenticate. Hanno il volto di giovinette e il corpo acerbo; ma gli sguardi, le espressioni del volto e le movenze sono da adulti. A dieci anni arrivano a saper bene dov’e’ il confine che separa la vita dalla morte. Secondo stime attendibili, sarebbero almeno 120.000 le bambine soldato sparse per il mondo. Uno studio realizzato da alcune orfanizzazioni non governative del settore ritiene che il 40percento dei bambini soldato impegnati nei conflitti africani, asiatici o latinoamericani ( ma anche europei e mediorientali) sia di sesso femminile. Cuoche, portatrici, “mogli” o meglio schiave, molte di queste bambine con il passare del tempo sono diventate veri e propri soldati, che in alcuni conflitti (Liberia, e Sierra Leone) hanno costituito unita’ da combattimento tutte femminili guidate da temuti e temibili comandanti donna. Per la maggior parte di loro, diventare bambine soldato e’ la tragica conclusione di un percorso che inizia con violenze, pestaggi e stupri di gruppo; per altre, invece, e’ una scelta. La scelta di fuggire da una vita dui violenze familiari, magari compiute da un padre alcolizzato e violento; la scelta di combattere per ricevere in premio un paio di scarpe rosse (“Red Shoes” e’ il titolo di un’interessante rapporto scritto per le Nazioni Unite dall’antropologa Irma Specht); oppure, e’ la scelta di sentire, tenendo in mano un Ak-47, quel potere, quel rispetto e quel timore ( spesso l’unico modo per evitare ulteriori violenze e stupri ripetuti) che circondano gli uomini impegnati nei lunghi conflitti di molti Paesi del mondo. In tutti i casi, pero’, le bambine soldato sono il simbolo piu’ evidente dello sfaldamento delle societa’ tradizionali dovuto a conflitti con cause e motivazioni differenti ma con la solita conclusione: la devastazione del tessuto sociale. Una conseguenza che trova proprio nelle bambine soldato l’esempio piu’ evidente. L’attenzione da parte delle organizzazioni umanitarie o delle agenzie ONU alla bambine soldato e alle peculiarieta’ delle loro problematiche e’ recente e risale ai primi ani del 2000. Fino a quel momenti l’accento mediatico, ma anche l’attenzione degli operatori, e’ stato posto quasi esclusivamente sui maschietti, eredi “naturali” della cultura del guerriero; quei bambini soldato utilizzati in decine di conflitti e su cui esiste una saggistica amplissima a partire dai primni anni ’90. Le bambine, invece, per anni sono rimaste nell’ombra. Liquidate troppo spesso, sia dai media che dai governi e dagli operatori, come “ mogli” o “schiave” dei ribelli, l’universo femminile dei piccoli combattenti e’ stato troppo frettolosamente assimilato sia nel raccontarlo che nell’affrontarlo a quello delle vittime dello stupro. Un atteggiamento che ha avuto una conseguenza immediata e gravissima: la quasi totale assenza di bambine nei programmi di disarmo e reinserimento messi a punto da governi, agenzie ONU e organizzazioni non governative. Eppure, a differenza dei loro commilitoni di sesso maschile, una serie di ragioni confermano il bisogno di maggiore assistenza delle bambine. Da un lato, per la maggiore complessita’ delle problematiche che le riguardano – dal momento che il loro ruolo all’interno delle ribellioni le vede essere al contempo “vittime” e “carnefici” -, dall’altro perche’ soprattutto in alcuni contesti sociali (quello africano in particolare), l’universo femminile rappresenta la trama principale del tessuto sociale. E dove sono le bambine? “Una sera abbiamo visto un reportage televisivo sul recupero dei bambini soldato. Nelle sequenze finali il film mostrava alcune ragazzine, sorridenti e con i braccio i figlioletti. Una scena breve, in coda al documentario, dove colpivca il sorriso di quelle adolescenti. Eppure non c’era nessun approfondimento. Chi erano”Di chi erano i piccoli che portavano in braccio?Che ruolo avvano avuto durante il conflitto?Cosa nascndevano quei sorrisi?”. A parlare sono Susan McKay e Dyan Mazurana, autrici di un rapporto del Centro Studi canadese Rights and Democracy, intitolato “Where are the girls?”. Dopo quel programma tv, le due studiose cercarono di capire le radici del fenimeno e per oltre un anno e mezzo hanno raccolto informazioni e testimonianze sulle bambine solato impegnate nei conflitti di Sierra Leone, Monzambico, Liberia e Uganda. Presentando il documento,nel 2003, il presidente di Rights and Democracy, Jean-Louis Roy, sostenne:”Le bambine soldato non sono e non sono mai ate solo forze di assistenza per i gruppi guerrigleiri. Sono un elemento essenziale delle forze armate, indispensabili per il morale delle truppe, per la sopravvivenza dei repoarti, e soprattutto per le necessita’ riproduttive. Dove sono le bambine, se non vengono considerate come parte delle forze combatetnti, quando arriva il momento di disarmare, smobilitare ed essere reintegrati nella societa’? Come faranno rientro nelle loro comunita’ senxza avere affrontato paure e colpe? Ma soprattutto, quale tipo di societa’ verra’ ricostruita escludendol da questi processi?”. Essere femmina Eppure da un’analii dei casi si capisce immediatamente come l’universo femminile dei picoli combattenti abbia bnisogno di un’attnzione particolare. Essere donna ende infatti la gia;’ tragica esperienza di un minore costretto a conbattere ancora piu’ grave, sia durante ilo conflitto – a casua del sessismo e della misoginia accentuati in tempo di guerra – sia dopo, in quella fase di reintegro che per le bambine significa far ritorno a casa e riprendere rapidamente il ruolo tradizionale al’interno della comunita’. Un ruolo ch non contempla il combattimento e neanche la violenza sessuale, spesso accompagnata dal dubbio della consensualita’ della vittima.Per questo, a differenza dei maschietti, le bambine soldato tornano a casa da sole, in punta di piedi, nella magior parte dei casi senza parlare, raccontare o condovodere le terribili esperienze vissute nrgli anni del conflitto, consce che quei racconti comporterebbero l’esclusione automatica dalla comunita’. Il senso di vergogna personale della vittima, nelle societa’ tradizionali, infatti, si trasforma in vergogna collettiva che investe la famiglia e lo stesso villaggio, e che in moltissimi contesti porta all’esclusione delle piccole. Ma il silenzio – come sottoliena uno studio realizzato in Nord Uganda nel 2002 ( Macmullin e Loughry) -, sulle terribili esperinze visute, la non condivisione e la mancata soluzione delle problematiche psocologiche connesse, provocano danni devastanti alle piccole vittime, al loro futuro, al loro viluppo ed al loro sistema comportamentale. Tutte difficolta’ che vengono ulteriormente amp0lificate nel caso in cui – la maggioranza- la bambina soldato ritorni al villaggio con un figlio. In questo caso il silenzio non basta; la presenza di un nuovo nato e l’asenza di un compagno moltiplicano la vergogna singola e collettiva, riversandone una parte anche sul nanato, spesso visto come “un futuro ribelle”. Tutti questi aspetti rendono il reinswrimento sociale delle piccol vittime di sesso femminile estremamente complesso. Da un lato molte bambine, soprattutto quelle con figli, non intendono far ritorno a casa nel timore di essere respinte, rimanendo sempre al margine della societa’ in nuno stato di sopravvivenza fatto di prostituzione, droga e vagabondaggio; dall’altro, una parte sceglie di riamnere all’interno dei gruppi combattenti ( per le piu’ fortunate, a fianco del padre della creatura) che comunque garantiscono, almeno a livello psicologico, una dimensione sociale da cui non si viene respinte. A complicare ulteriormente il reinserimento delle bambine contribusice poi il fatto che un a parte attiva nel ritorno alla vita normale delle “soldatesse” e’ giocata dalla comunita’ locale in cui dovranno fare ritorno. I pochi programmo di reintegro appositamente studiati per le bambine soldato, infatti, mostrano come per ottenere risultati sia necessario operare sulla bambina e sulla comunita’; quest’ultima va accompagna in un percoso che porti all’effettivo riconoscimento del ruolo di “vbittima” alla persona chiamata a reinseririsi. Solo coi’ si potranno successivamente attuare una swerie di dinamiche trasizionali, come i riti di purificazione, che ristabiliscono un equilibrio definitivo sia nella bambina che nella comunita’, consentendo un real e totale recupero. Ma il cammino da compiere su questa strada e’ lungo, visto che ancora oggi il ritorno alla vita normale della stragrande aggioranza delle bambine soldato e’ sotterraneo e nascosto. La presenza femminile all’interno dei gruppi combattenti ( siano esi ribelli o forze governative) viene negata o sminuita; eppure a confernare l’indispensabilita’ dei ruoli che esse ricoprono all’interno della vita economica e sociale delle forze armate, c’e’ il fatto che le piccole-donne sono sempre le ultime a lasciare gli accampamenti e a deporre le armi. * tratto da “Savane’. Bambine soldato in Costa D’Avorio”, di Damiano Rizzi e Massimo Zaurrini, prefazione di Padre Albanese, Infinito Edizioni
21 May

ma che cazzo di schifo di mondo è mai questo?

Egitto, singolare interpretazione del Corano di due religiosi
della moschea al Azhar del Cairo.Polemiche in Parlamento

"La donna deve allattare l'uomo
per poterlo frequentare sul lavoro"

di ELENA DUSI


<B>"La donna deve allattare l'uomo<br>per poterlo frequentare sul lavoro"</B>

Donne islamiche in Egitto

PER risolvere il caso scabroso di due colleghi di sesso diverso che lavorano nella stessa stanza era apparsa impresa ardua agli esperti egiziani di diritto islamico. Che così hanno elaborato una fatwa piuttosto bizzarra. Alla donna in orario di lavoro è infatti concesso togliersi il velo, alzare la jallabia (il vestito che la copre dal collo alle caviglie), scoprirsi il seno e allattare il collega maschio. L'operazione, ripetuta 5 volte, è in grado di trasformare il compagno di lavoro in un membro della famiglia. Uno di quegli uomini che insieme a padri, fratelli e figli, può frequentare le donne a tu per tu e senza le restrizioni imposte dalle "regole del pudore".

Pescando direttamente dalle tradizioni del Profeta, il capo della sezione "diritto islamico" della moschea al Azhar del Cairo - il punto di riferimento più autorevole dell'islam sunnita - ha emanato questa fatwa che ora è approdata in parlamento.

L'editto sull'allattamento degli adulti" ha mandato sulle furie i deputati dei Fratelli Musulmani. Il gruppo politico che si ispira ai principi dell'islam e che - pur essendo bandito dalla legge - è riuscito a mandare un'ottantina di rappresentanti in parlamento, annuncia che una norma simile "getterebbe i fedeli nel caos". E probabilmente renderebbe assai difficile il lavoro negli uffici.

La fatwa emessa dall'Azhar e firmata dal capo-giurista Izzat Attia si basa su un resoconto della vita del Profeta. Uno dei suoi ex schiavi, divenuto libero, aveva mantenuto l'abitudine di muoversi liberamente nella casa di Maometto anche dopo la pubertà. A una donna che se ne lamentava, il Profeta consigliò: "Allattalo, così diventerai tabù per lui, e il dissidio nei vostri cuori svanirà". Dopo aver seguito il suo consiglio, la donna riferì che effettivamente ogni discordia nella casa era svanita.

Attia forse si rendeva conto che riproporre un comportamento simile negli uffici del Cairo oggi avrebbe gettato scompiglio fra le stanze. Così ha cercato di mitigare il precetto suggerendo che l'allattamento poteva anche compiersi non direttamente dal seno della donna. Basta che lei porga al collega un bicchiere del suo latte per 5 volte perché l'operazione di "adozione" sia completata. I colleghi, diventati parenti stretti, non potrebbero avere relazioni sessuali senza cadere nel tabù dell'incesto.

La fatwa ha scatenato polemiche su tutti i giornali egiziani e non, sollevando una bagarre al parlamento del Cairo che mercoledì scorso ha discusso la norma. Mentre Attia ripeteva che allattare un uomo, anche adulto, per cinque volte esclude ogni possibilità di "relazione impura", la fatwa è finita preda del più irriverente settimanale satirico del paese, al Dustur. Che avverte i suoi lettori: "Non vi stupite se, entrando in un ufficio pubblico, vi imbattete in un funzionario 50enne che prende il latte dalla sua collega"

03 May

EVVIVA I SINDACATI!!!!!

di Loska

Ci voleva un tizio qualunque per il risvegliare il concertone del Primo maggio. Andrea Rivera, ricciuto chitarrista solitario che gira spesso per le vie di Trastevere vicino a Santa Maria, suonando il suo strumento con una passione così fervida da spingere gli abitanti a regalargli spesso un po' d'acqua fresca - lasciandola cadere a secchiate, ma questo è un dettaglio... - ha deciso di movimentare la conduzione del vetusto concerto sindacale con un paio di battute davvero azzeccate. "Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Sono d'accordo, infatti la Chiesa non si è mai evoluta", ha detto prima. "Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, a Franco e per uno della banda della Magliana. È giusto così. Assieme a Gesù Cristo non c'erano due malati di Sla, ma due ladroni", ha aggiunto poi. Niente di che, verrebbe da dire: più che battute, sacrosante
verità. Molto più bella quella che però, siccome forse suonava un po' a presa in giro dei media, non è stata riportata dai taccuini e dalle agenzie: "Si è concluso il processo ad Anna Maria Franzoni. Stop al televoto!". Mentre l'altra l'hanno segnata anche troppi: "siamo un Paese di eroi, ma molti eroi cadono dai tralicci, mentre noi ci ricordiamo solo di Quattrocchi".
Niente di così scandaloso, parrebbe. Sono cose che tutti sanno (Chiesa-evoluzione), o tutti pensano (Chiesa-Welby). Sotto sotto, sono d'accordo anche molti cattolici, non necessariamente di sinistra, e un bel po' di coloro che con il Vaticano hanno rapporti, o perché costretti o perché masochisti. O anche per puro piacere, 'che qui non si esclude nessuna ipotesi, nemmeno le più astruse. Ebbene, ci si sbagliava di grosso. Il primo ad arrabbiarsi è stato Marco Godano, uno dell'organizzazione: "È facile fare ironia a San Giovanni - ha spiegato ai giornalisti - ma è questa ironia un po'
banale e quasi inutile, sinceramente non la condivido. Diciamo che Benigni l'avrebbe fatto in un modo più elegante". Ma Andrea Rivera deve essere davvero felice, perché ha avuto l'onore di essere smentito anche e soprattutto dai segretari di Cgil, Cisl e Uil, tutti d'accordo nel condannare le dichiarazioni di Rivera. "Sono dichiarazioni molto stupide che non condivido - dice Luigi Angeletti della Uil - in un paese civile la libertà religiosa e della Chiesa è altrettanto importante della libertà politica e sindacale". Per Raffaele Bonanni della Cisl, "il concerto del primo maggio non è il luogo adatto per fare politica e fare divisioni. Ma è l'espressione più grande di tolleranza e di convivenza. Se Rivera si è fatto qualche bicchiere in più, fa bene a fare una doccia fredda". "Sono frasi del tutto inopportune, tanto più in una giornata come questa", ha detto Guglielmo Epifani della Cgil. Insomma, olé: tutti e tre, nessuno escluso hanno fatto a gara per cercare di far passare per matto uno che al massimo è un cantore, un cantore di quello spleen intellettual-metropolitano che nasce nei discorsi tra le persone e finisce raramente sui giornali. Addirittura la battuta di Bonanni sui luoghi adatti a fare politica riecheggia le motivazioni con cui il Polo stigmatizzò Raiot di Sabina Guzzanti. Senza contare l'ineleganza delle accuse sui bicchieri di troppo, che prima di lasciare l'amaro in bocca, amara fanno fare una risata sprezzante, di disgusto. Tutti preoccupati, i sindacati, che l'essere riusciti ad interpretare quel che pensavano tutte quelle persone sedute in piazza fosse appannaggio di uno strimpellatore, mentre prima, tanti e tanti anni fa, erano politici e sindacalisti quelli che facevano politica in piazza. Senza paura dei fischi, e a volte nemmeno dei bulloni. Ma in effetti, a ben rifletterci, è andata proprio così, e non da oggi. I protagonisti della rappresentanza nostrana difficilmente riuscirebbero a fare un discorso tirando fuori gli argomenti laici - e sottolineo soltanto "laici", anche se Malvino, sorridendo ironico, li chiamerebbe "laicisti" - di Rivera: per questioni di convenienza, perché essere dei Ds e dei PiDiisti (notate quanto somigliano ai Piduisti?) oggi significa accettare dei compromessi, perché poi la Binetti chi la sente, eccetera eccetera. E' per questo che oggi una fetta di sicuro interessante dell'elettorato, in difetto di rappresentanza su questi temi, si rivolge ad ascoltare in piazza un "cantante-comico". Non è per cattiveria, cari Epifani oggi e Veltroni domani. E' proprio perché ha perso ogni speranza.  
p.s.: "In difesa di Rivera il radicale Cappato: "Un bravo ad Andrea Rivera, che ha ricordato il comportamento del Vaticano sui funerali negati a Welby". E' l'unico normale. Grazie a lui



ANCHE NOI VOGLIAMO INTERFERIRE!

Andrea Rivera, il primo dei tre conduttori, al quale era stato affidato il compito di rompere il ghiaccio, poco dopo le 15, presentando dal palco e in diretta su RaiTre i gruppi emergenti, Vega's e Valentina Lupi. Il "citofonista" del salotto televisivo di Serena Dandini, in poco meno di un'ora e tra un'esibizione e l'altra si è ritagliato anche i suoi spazi per cantarla ai lavoratori, ai disoccupati, ai tre milioni e mezzo di lavoratori in nero e alle tantissime, troppe vittime degli incidenti sul lavoro: "Siamo un Paese di eroi, ma molti eroi cadono dai tralicci, mentre noi ci ricordiamo solo di Quattrocchi".
 

Dopo aver ringraziato Woodcock per aver fornito i numeri di telefono degli artisti ospiti del concertone ("Oggi pm non significa mica pubblico ministero ma personal manager"), Rivera ha rincarato la dose. "Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Sono d'accordo, infatti la chiesa non si è mai evoluta", ha detto alla folla di giovani della piazza. "Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, a Franco e per uno della banda della Magliana. E' giusto così - ha sottolineato Rivera - assieme a Gesù Cristo non c'erano due malati di Sla, ma c'erano due ladroni".

Raggiunto nel backstage subito dopo la sua esibizione, Rivera ha detto che gli erano giunte voci che qualcuno si era risentito per le sue dichiarazioni: "La messa è finita, andate in pace - è stato il commento - mi dispiace e non trovo giusto che qualcuno mandi i proiettili a Bagnasco, ma la Chiesa in cui mi riconosco è quella di san Francesco".    

 

mA PERCHè LA CHIESA PUò INTERVENIRE SEMPRE NELLA MIA VITA LAICA E NOI NON CI POSSIAMO PERMETTERE DI DIRE LA NOSTRA SULLE SUE SCELTE?????? MA LA CHIAMATE DEMOCRAZIA?

RIVERA HA FATTO BENISSIMO ED ORA NOI TUTTI ANCHE ATTRAVERSO I NOSTRI BLOG DOVREMMO MOSTRARGLI SOLIDARIETà!


02 May

petizione interessante!!!!

tony
CIAO, VOLEVO INVITARE TE E TUTTI I TUOI AMICI BLOGGER AD ANDARE SUL MIO BLOG E FIRMARE LA PETIZIONE CHE HO SCRITTO NEL MIO ULTIMO ARTICOLO. e' MOLTO IMPORTANTE ED è PER UNA POLITICA ETICA. CMQ VI LASCIO QUI IL LINK PER FIRMARE LA PETIZIONE. CERCATE DI DIFFONDERLA IL PIU POSSIBILE. GRAZIE.
01 maggio 14.05
(http://tonissimope.spaces.live.com/)
14 April

ADERISCI ANCHE TU!!!!!

Appello
L'assassinio di Adjimal Nashkbandi, l'ostilità evidente del governo Karzai contro Emergency, la prigionia di Rahmatullah Hanefi, la decisione del governo afgano, in piena sintonia con i comandi Nato di non trattare più per la liberazione di ostaggi si inscrivono evidentemente in un quadro di guerra legittimato dall'Onu, ma non per questo meno cruento e inaccettabile.


Che in Afghanistan ci si stia per la guerra e non per la pace è del resto dimostrato dalla decisione italiana di inviare elicotteri Mangusta e nuove truppe, o da quella tedesca di inviare gli aerei Tornado. Nello stesso tempo si mette a repentaglio l'attività di un'organizzazione umanitaria come Emergency, la cui opera è evidente a tutti. Oggi noi vogliamo ribadire la nostra ferma contrarietà a questa missione continuando a chiedere il ritiro delle truppe italiane come unica condizione possibile per cambiare prospettiva.

Fare finta di non sapere che la missione Isaf è nata per sostenere il governo di Karzai rappresenta una posizione indifendibile.Pensiamo allo stesso tempo che il governo italiano debba fare di tutto per proteggere l'iniziativa di Emergency anche perché non si può utilizzare un'organizzazione quando fa comodo per poi scaricarla sotto le linee direttive dell'alleanza atlantica. E' anche una questione di dignità, umana prima che politica o nazionale.

Crediamo che il governo debba fare tutto il possibile, quello che ancora non sta facendo, per la liberazione di Rahmatullah Hanefi. Parole come quelle pronunciate dal responsabile della sicurezza del governo Karzai sono inaccettabili.

Anche noi riteniamo che non sarebbe pensabile un impegno di Emergency che non sia, come è stato dal 1999 a oggi, rivolto a offrire assistenza sanitaria a tutti coloro che ne hanno bisogno, solo in nome di questo bisogno, civili o combattenti, in totale indifferenza verso appartenenze o divise. Il governo italiano non può accettare l'intimidazione, noi non la accettiamo.





Riccardo Bellofiore, Piero Bernocchi, Sandro Bianchi, Mauro Bulgarelli, Paolo Cacciari, Salvatore Cannavò, Sergio Cararo, Luca Casarini Giulietto Chiesa, Lidia Cirillo, Danilo Corradi, Giorgio Cremaschi, Flavia D'Angeli, Tommaso Di Francesco, Nicoletta Dosio, Laura Emiliani, Marco Filippetti, Dario Fo, Jacopo Fo, Olol Jackson, Fosco Giannini, Pierpaolo Leonardi, Aurelio Macciò, Piero Maestri, Luciano Muhlbauer, Gigi Malabarba, Franca Rame, Gianni Rinaldini, Fernando Rossi, Marco Santopadre, Nando Simeone, Fabrizio Tomaselli, Franco Turigliatto, Vauro Senesi, Giovanna Vertova.





Per adesioni: scannavo@hotmail.com

10 March

non siamo noi ma bertinotti a non essere stato coerente!!!!

L'etica e la politica

Pierluigi Sullo

Paolo Cacciari è, oltre che deputato di Rifondazione comunista, uno degli undici soci della cooperativa Carta. Lo è da quando Carta esiste. Non fosse che per questa ragione, il suo no nel voto con cui la Camera dei deputati ha approvato il rifinanziamento alle missioni militari all'estero, tra le quali quella in Afghanistan, ci riguarda da vicino. Paolo è uno di noi, con lui ci siamo inerpicati per i sentieri della non violenza e della decrescita [il suo libro sull'argomento, pubblicato da Carta e Intra Moenia, ha quasi esaurito la prima edizione], dell'indagine sul fenomeno leghista e sul modello produttivo del nord est, tra molte altre cose. Ora il suo no alla guerra è per noi, e pensiamo per molta altra gente, il segnale che qualcosa sta cambiando, molto in profondo, nel rapporto tra il sistema politico e la società civile.

Insieme a Paolo ha votato no a quel decreto anche Salvatore Cannavò, della corrente di Sinistra critica di Rifondazione, un altro amico con il quale abbiamo condiviso il primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre e le giornate di Genova, nel 2001. Ma le loro ragioni sono diverse. Quelle di Paolo si fondano sul rifiuto della guerra e sulla scelta non violenta: non esistono guerre giuste, il mondo che dovremmo cercare di costruire deve liberarsi della violenza in ogni sua forma. Questo comportamento non può piegarsi alle esigenze della tattica politica, ad esempio quella di tenere compatta una maggioranza: non è lecito - dice Paolo - dicidere di mandare qualcuno ad uccidere o a farsi uccidere. Qualcuno sostiene che questa è una scelta antipolitica, solitaria e improduttiva. Eppure, è stato Fausto Bertinotti ad aprire, dentro e attorno a Rifondazione, una breccia nella cultura politica della sinistra, adottando appunto gli argomenti della non violenza. Quel dibattito nacque grazie a una lettera aperta, a Bertinotti, di Marco Revelli che fu pubblicata da Carta, e trovò il suo compimento in un convegno di Rifondazione organizzato a Venezia da Paolo Cacciari, Bertinotti ha scritto, nel suo ultimo libro, "La città degli uomini": "La questione etica nella politica può affermarsi solo in quanto si mantenga una relazione dialogica tra l'etica e la politica, in quanto la prima non si trasformi in un corpo separato, con la pretesa di dominare la seconda, né, al contrario, si dissolva, uscendo di scena". La domanda è: nel caso di un voto parlamentare che sancisce la partecipazione del nostro paese a quella che è indubbiamente una guerra, come tenere insieme etica [non violenta] e politica? Non è per caso la seconda a dominare la prima? La risposta di Paolo [nel suo intervento alla camera, che Carta pubblica nel settimanale in uscita sabato] si affida a una citazione di Hannah Arendt, da "La disubbidienza civile": "La coscienza è apolitica, ma non c'è dubbio che una obiezione fondata sulla coscienza possa assumere un significato politico quando i suoi scrupoli si trovino in un certo numero di coscienze e quando questi obiettori decidano di farsi ascoltare sulla pubblica piazza".

Negli ultimi anni, e fino alla manifestazione di Vicenza, il mese scorso, abbiamo ascoltato non un certo numero, ma milioni di coscienze, sulle pubbliche piazze. A noi pare che il rifiuto della guerra in ogni sua forma, che fra molte altre cose si fonda sull'articolo 11 della Costituzione, non sia un atteggiamento isolato ma all'opposto - come raccontiamo da anni - una delle molle più potenti tra quelle che hanno dato vita all'onda dei nuovi movimenti sociali, all'esordio di questo secolo. I movimenti da cui Rifondazione ha ricavato i tratti di una sua nuova fisionomia, oltre il modello e la cultura dei partiti comunisti novecenteschi. Si potrebbe dire, con apparente paradosso, che il voto di Paolo Cacciari rappresenta questi lineamenti del suo partito. Se si mettessero sui piatti di una bilancia la sopravvivenza del governo Prodi e il rifiuto della guerra sarebbero molti, nella società civile attiva e nella stessa sinistra, in grande imbarazzo.

Ma nel voto sull'Afghanistan non era nemmeno in questione la vita del governo. Lo stesso Cacciari ha qualche giorno fa votato sì alla fiducia, giudicando l'intervento di Prodi in aula più promettente dei "dodici punti" ormai celebri. E ancora oggi sostiene di condividere con i suoi compagni sia il giudizio negativo sulla partecipazione alla guerra afghana, sia di considerare tutto sommato promettente il modo in cui il ministro D'Alema ha tratteggiato la politica estera italiana. Allora, dov'è il problema? Il problema è il caso Turigliatto, il senatore messo alla berlina da tutti i grandi media come il responsabile del voto da cui è nata, qualche settimana fa, la crisi di governo. Non era vero, gli autori erano altri. Ma la pressione è stata tale da spingere Rifondazione a un atto del tutto inedito, nella sua storia: "allontanare", cioè espellere il "dissidente". Con il corredo di accuse, a Turigliatto, di individualismo sfrenato, di violazione del patto tra lui e "la comunità del partito" [la parola comunità è qui del tutto impropria, basta leggere l'introduzione al libro di Rifondazione su questo tema curato da Paolo Cacciari e introdotto da Fausto Bertinotti].

"Allontanare" Turgliatto è stato un atto grave, anche perché rischia di costituire precedente, una regola da cui non si può più derogare, una sanzione che non può ora non colpire anche Cacciari. Ed errore dopo errore, Rifondazione e i suoi dirigenti potrebbero sancire la definitiva separazione tra politica [quale essa è] ed etica [ossia l'altra possibile politica dei movimenti sociali e delle comunità che resistono], la scissione tra quel che si fa perché è opportuno farlo e quel che si fa semplicemente perché è giusto.
Noi, in ogni caso, saremo al fianco del nostro amico, del nostro compagno Paolo.

03 March

siamo tutti turigliatto!

CONTRO L'ESPULSIONE DI FRANCO, DISOBBEDIENZA ATTIVA

La scelta del Prc di espellere Franco Turigliatto ci appare gravissima. E' una ferita nella storia di Rifondazione e infatti è la prima volta che accade. Per la vicinanza e la solidarietà che proviamo nei confronti di Franco e per la condivisione della sua linea politica la percepiamo e viviamo come un allontanamento collettivo della nostra area a cui ovviamente ci opporremo. "Oggi siamo tutti Franco Turigliatto"


Ci sembra inoltre una scelta dettata dalla collocazione governativa e frutto dell'appoggio incondizionato al governo Prodi che non prevede alcuna forma di dissenso. E' inoltre anche una scelta collegata alla nuova linea dell'unità a sinistra che prevede la formazione di una Sinistra di governo che, per definizione, va deprivata di qualsiasi elemento dissenziente.

Noi esprimimano la nostra più assoluta solidarietà a Franco, umana e morale ma soprattutto politica. Questo significa disporsi a seguirne le indicazioni dettate dalla sua dichiarazione al Senato con una fiducia al governo che equivale all'appoggio esterno e che è già determinata, a cominciare dall'Afghanistan, a contrastare le misure antipopolari e di guerra del governo Prodi. E quindi a costruire opposizione sociale. Ci impegneremo più di prima, dunque, nei movimenti sociali e nel conflitto proponendo di recupereare lo spirito dei Social Forum cioè l'unità di reti e movimenti in piattaforma comuni. Ci piacerebbe molto poter contribuire a costruire dei Forum dell'opposizione sociale. Al partito diciamo dunque che DISOBBEDIREMO ATTIVAMENTE E IN MASSA alla decisione presa non seguendo la linea dell'appoggio incondizionato al governo ma praticando un'altra linea, quella dell'opposizione sociale. Questa Disobbedienza passa anche per la costruzione convinta e determinata dell'Associazione Sinistra Critica. Nell'immediato e per quanto ci riguarda comunque
a) Non voteremo alla Camera la fiducia al governo sia perché, come dice Marco Revelli, i 12 punti sono 12 chiodi su una porta sbarrata ai movimenti e al conflitto, sia per solidarietà a Franco;
b) Personalmente non parteciperò alle riunioni di Direzione (di cui sono membro) e al Gruppo parlamentare: per dirla con il nuovo linguaggio, me ne allontanerò;
c) Proporremo di continuare la battaglia nelle conferenze di organizzazione locali e in quella nazionale per esigere il ritiro della decisione presa dal Collegio di Garanzia;
d) dopo quella scadenza ci riuniremo e collettivamente valuteremo le conseguenze e le decisioni da prendere.

Nell'immediato, però, pensiamo che, indipendentemente dalla nostra posizione, pensiamo che Rifondazione debba prendere atto del fallimento della sua linea politica e andare a un Congresso straordinario. Del Congresso di Venezia sono smentiti infatti tre pilastri: l'analisi dei rapporti di forza nel paese che ci consegnano un governo di "minoranza" sociale e ostaggio delle destre; la permeabilità del governo ai movimenti che non esiste. Rifondazione è permeabile ma il governo no e questo costituisce l'origine della crisi del partito; la scelta della Sinistra europea che ci sembra ritirata dalla nuova proposta di Bertinotti di unire la sinistra politica e confermata dalle odierne aperture di Diliberto. Insomma, una battuta di arresto che il partito tutto dovrebbe discute.

22 February

sulla guerra non si discute!

APPELLO DI SOLIDARIETA' (adesioni: con-turigliatto@libero.it)
La segreteria del Prc ha dichiarato incompatibile con il partito il senatore Franco Turigliatto, a seguito della sua non partecipazione al voto sulla politica estera del governo.
Ci sembra una scelta sbagliata e grave.

Innanzitutto perché l'atto parlamentare non solo è in piena coerenza con il programma storico di Rifondazione comunista ma anche perché in sintonia con le istanze di pace dei movimenti degli ultimi anni...
Pensare che un governo di centrosinistra possa imporre ai suoi sostenitori missioni di guerra come l'Afghanistan o il raddoppio di una base come quella di Vicenza ci sembra una miopia e la causa prima della crisi attuale.

Ma il comportamento di Turigliatto è stato anche accompagnato da un gesto di serietà e correttezza che non può essere sottovalutato: in una politica in cui il seggio o la "poltrona" rappresentano un valore a prescindere, aver presentato le dimissioni al Senato, dopo quarant'anni di militanza politica passata a fianco degli operai e dopo aver costruito dalle fondamenta il Prc, in particolare a Torino, ci sembra un fatto di grande novità e di grande moralità per quanto noi pensiamo che queste dimissioni siano da ritirare.
Nel nostro Parlamento c'è bisogno di rappresentanza delle ragioni della pace, del pacifismo "senza se e senza ma": ce n'è bisogno alla vigilia della campagna di primavera in Afghanistan e ce n'è bisogno rispetto alle sudditanze che si profilano rispetto agli Usa.
C'è bisogno di atti come questo per quanto difficili e delicati ma che servono anche per colmare la distanza tra politica e società.
Tutta la nostra solidarietà a Franco Turigliatto e tutta la nostra disponibilità a costruire con convinzione un movimento per la pace "senza se e senza ma".
la mail su cui raccogliere le adesioni è :

con-turigliatto@libero.it



La nostra solidarietà a Franco Turigliatto. Al Senato una manovra centrista. Per batterla, il governo cambi politica.

comunicato dell'associazione sinistra critica


Esprimiamo la più totale solidarietà umana, morale e politica al senatore Franco Turigliatto che al Senato ha compiuto l'unica scelta possibile per una sinistra pacifista e alternativa. Turigliatto, ben al di là di operazioni politiche di piccolo cabotaggio ha voluto confermare il vincolo morale che lo lega al movimento pacifista e al programma storico di Rifondazione comunista. Il gesto esemplare delle dimissioni dimostra questa correttezza di fondo e la sostanza morale del suo comportamento. Per questo lo ringraziamo.

Del resto, la manovra neocentrista che è andata in onda oggi al Senato e che ha visto tra i protagonisti, niente meno che Andreotti, si è incuneata proprio nell'incapacità del governo di cogliere l'importanza del tema della guerra sia nel caso di Vicenza che nel caso dell'Afghanistan.

Il governo è andato sotto perché vittima delle proprie contraddizioni e del distacco dallo "spirito originario" che ne ha consentito la vittoria il 9 aprile. Spirito originario in cui il No alla guerra era
componente fondamentale come si è visto nella magnifica giornata del 17 febbraio a Vicenza.

Per tutta risposta, il governo non solo ha chiuso qualsiasi comunicazione con quella mobilitazione ma nei suoi primi nove mesi di vita ha perseguito una politica centrista fatta di aumento delle spese militari, di avallo delle missioni all'estero, di regali alle imprese e di sacrifici in nome di Maastricht. Tutto questo ha contribuito a ridurne il consenso e a indebolirne le radici. E' qui che è arrivata la "mossa" centrista dell'Udc, di Follini e di Andreotti. Di tutto questo bisogna essene consapevoli: a inseguire il neocentrismo è questo che alla fine prevale.

Quanto all'immediato, certamente non siamo felici per l'esito di oggi ma l'unico modo per rimediare a una situazione eccessivamente enfatizzata e drammatizzata ad arte per ricattare la sinistra alternativa è ritornare allo spirito di pace e di solidarietà sociale che ha animato la sconfitta delle destre.

Cambiare politica è dunque l'unica strada che il governo ha davanti a sé per recuperare fiducia e darsi una prospettiva


31 January

i soliti stronzi!

In casa manganelli e manette
Blitz della digos in casa di alcuni membri di associazioni cittadine
che aiutano a mantenere l'ordine pubblico. Nelle abitazioni trovate
attrezzature da 'picchiatori'

Bologna, 30 gennaio 2007 - Pattugliavano la città per aiutare a
mantenere l'ordine pubblico, controllavano che i cancelli dell'università fossero chiusi, che non ci fosse brutta gente in giro.
Ma dalle loro case sono usciti manganelli, manette, nocchiere e altre attrezzature da "picchiatori" che utilizzavano durante i loro servizi di "ronda".
Trovati anche scanner comunemente utilizzati per intercettare le radio della polizia e perfino fotografie di un corso di guerra fatto in Estonia.

Protagonisti sono alcuni volontari di varie associazioni, attivi a
sostegno delle forze dell'ordine, con compiti di controllo del territorio:
uomini di 45 anni circa, per lo più padri di famiglia. Tra di loro anche un imprenditore.

Le loro case sono state ispezionate nell'ambito di una indagine partita
tempo fa.
Nei loro confronti, infatti, la Procura ha avviato un'indagine e
ora, dopo le prime cinque perquisizioni del maggio scorso, oggi altri
sei volontari hanno ricevuto la visita degli agenti. Le associazioni sono
regolarmente iscritte all'albo della Protezione civile e sovvenzionate
da diversi enti ed istituzioni a Bologna tra cui il Comune di Bologna.

I volontari della sicurezza sono finiti nel mirino della Procura dopo
le denunce a carico di alcuni No global per episodi di resistenza. In
realtà, si è poi scoperto, con foto e filmati che lo dimostrano, che i No
global non si opponevano ad agenti delle forze dell'ordine, bensì a questi "pattuglianti" da cui erano stati aggrediti. I casi risalgono al 2
giugno 2004 e poi al maggio di due anni fa, in occasione di altrettante
manifestazioni di No global.

Nelle case perquisite non sono state, però, almeno per il momento,
ritrovate bandiere né simboli politici che facciano ipotizzare un
legame tra le associazioni di pattuglianti e formazioni di estrema destra.
Tuttavia, stando ad alcune indiscrezioni, uno dei volontari coinvolti
nell'inchiesta tanti anni fa era stato condannato per ricostituzione
del partito fascista.

L'indagine, in mano alla Digos, si sta concentrando sulla ricostruzione
della storia di queste associazioni, i cui servizi volontari erano
finanziati per mezzo di convenzioni tanto dal Comune di Bologna (che
però ha interrotto i rapporti nel dicembre 2005, proponendo di continuare la collaborazione ma a titolo gratuito) che da quello di San Lazzaro, così come dall'Università di Bologna e dall'Ausl. In contatto con le istituzioni e con le forze dell'ordine, i volontari di queste associazioni svolgevano servizi di sorveglianza cittadina, stilando poi dettagliate relazioni.

Ad indagare, da tempo, è il procuratore Marina Plazzi, perché ci sono
foto e filmati che inchiodano coloro che aggredirono e picchiarono i no global bolognesi. In occasione della manifestazione contro la guerra del 2 giugno 2004 in piazza Nettuno, si erano mescolati a carabinieri e polizia, in borghese ma calzando guanti neri. Per i no global coinvolti nella manifestazione, che avevano ricevuto una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale, dalla Procura fanno sapere che è già stata chiesta
l'archiviazione ma ancora non è stata disposta.
25 January

che delusione!

CHE DELUSIONE!!!!
QUESTO GOVERNO E' PEGGIO DI QUELLO DI BERLUSCONI.
ALMENO PER NOI DI SINISTRA!
INFATTI PRIMA POTEVAMO CRITICARE
E DEVO DIRE CHE ERAVAMO TUTTI MOLTO PIU' CRITICI E PRONTI AD ATTACCARE ANCHE SUL WEB.
PER FORTUNA CHE OGNI TANTO QUALCHE PARLAMENTARE DI RIFONDAZIONE
SI RICORDA DEL MOTIVO PER CUI E' STATO ELETTO.
E' DURA, ANCHE PERCHE' ORMAI SEMBRA CHE ABBIAMO PERSO TUTTE LE SPERANZE!
SE ANCHE CONTRO QUESTO GOVERNO DOBBIAMO MANIFESTARE,
CHE COSA CI RIMANE?
FORSE IL NOSTRO DESIDERIO DI UN MONDO MIGLIORE, LA NOSTRA VOGLIA DI UN MONDO MIGLIORE POSSIBILE,
SONO SOLO UTOPIE DI GENTE INCANTATA DAI SOGNI.
11 January

rinchiudiamoci bush!!!!!!!

11 gennaio 2002 - 11 gennaio 2007: "Chiudere Guantánamo, ora!"

Dall'11 gennaio 2002, nel centro di detenzione gestito dagli Usa a Guantánamo Bay sono stati trasferiti 775 prigionieri provenienti da oltre 35 paesi. Circa 400 di essi sono tuttora detenuti senza accnsa né processo. Guantánamo Bay è l'esempio più evidente delle violazioni dei diritti umani commesse nel contesto della "guerra al terrore" lanciata dagli Usa all''indomani degli attacchi dell'11 settembre 2001. Nell'ambito della campagna mondiale "Più diritti più sicurezza"  Amnesty International lancia un'azione per "Chiudere Guantánamo, ora!" [continua]

11.01.2002 - 11.01.2007: "Chiudere Guantánamo, ora!" Le iniziative in Italia

Guarda lo spot di Fandango "Chiudere Guantánamo, ora!" e il video "War on terror" (contenuto extra del dvd "The road to Guantánamo")

Firma l'appello per Sami Al-Hajj  e per Fawzi al-Odah

Firma l'appello all'Ambasciata degli Usa in Italia 

 

11 gennaio 2002 - 11 gennaio 2007: "Chiudere Guantanamo, ora!" Le iniziative in Italia

Giovedì 11 gennaio, parte in tutta Italia una campagna di Amnesty International per la chiusura del centro di detenzione di Guantánamo Bay, l’esempio più evidente delle violazioni dei diritti umani che si verificano da cinque anni, nel contesto della “guerra al terrore”.

Anche l’Italia, dunque, è chiamata a prendere parte alla campagna mondiale di Amnesty International, chiamata "Global action against Guantánamo". Dall’11 gennaio 2002, nel centro di detenzione gestito dagli Usa sono stati trasferiti 775 prigionieri, circa 400 dei quali (provenienti da oltre 35 paesi) tuttora reclusi senza accusa né processo.

Iniziative sono previste a Bologna, Civitavecchia, Foligno, Milano, Napoli, Padova e Torino.

A Roma, Amnesty International e la casa di produzione e distribuzione cinematografica Fandango organizzeranno un’iniziativa pubblica.

Dalle 17.30 alle 18.30, nella centrale piazza di Pietra, gli attivisti e le attiviste di Amnesty International allestiranno una cella-gabbia piena di detenuti in tuta arancione, l’immagine più nota e simbolica del trattamento carcerario di Guantánamo. Accanto alla struttura, Amanda Sandrelli, Blas Roca Rey e altri rappresentanti del mondo dello spettacolo leggeranno testimonianze di detenuti di Guantánamo. Saranno inoltre letti alcuni monologhi scritti da Diego Cugia sul centro di detenzione.

A seguire, all’interno del Caffè Fandango, sempre in piazza di Pietra, si svolgerà una conferenza cui prenderanno parte i giornalisti Carlo Bonini (la Repubblica) e Jeff Israely (Time Magazine), Fabrizio Grosoli (responsabile sezione documentari Fandango) e Paolo Pobbiati (presidente della Sezione Italiana di Amnesty Interrnational). Nel corso della conferenza, Fandango presenterà la versione in dvd del film “The road to Guantánamo” di Michael Winterbottom e alcuni filmati inediti sul centro di detenzione; Amnesty International illustrerà la campagna “Chiudere Guantánamo, ora!”, che prevede un primo periodo di forte mobilitazione dall’11 al 14 gennaio.

Giovedì 11, i visitatori del Caffè Fandango potranno registrare un video-messaggio per aderire alla campagna “Chiudere Guantánamo, ora!”.

Le iniziative di Amnesty International per la chiusura del centro di detenzione di Guantánamo fanno parte della campagna “Più diritti più sicurezza” lanciata dall’associazione nel novembre 2006 per porre fine alle violazioni dei diritti umani nel contesto della “guerra al terrore”.

Per ulteriori informazioni sulla campagna di Amnesty International:
http://www.amnesty.it/campagne/piu_diritti_piu_sicurezza/index.html

Ufficio stampa Amnesty International
Paola Nigrelli
Tel. (+39) 06 4490224 – 348 6974361
E-mail: press@amnesty.it


Ufficio stampa Fandango
Daniela Staffa (+39) 335.1337630
Marinella Di Rosa (+39) 335.7612295
Manuela Cavallari (+39) 349.689166
Tel. (+39) 06.97745006- fax (+39) 06.97745020
e-mail: ufficiostampa@fandango.it


Caffè Fandango Tel. 06 45472913 caffefandango@caffefandango.it

Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348-6974361, e-mail:
press@amnesty.it

http://www.amnesty.it/pressroom/comunicati/CS02-2007.html

 

03 January

ed ancora donne e bambini!

Sudan : caschi blu accusati di violenze sessuali su minori
di Carla Amato

Un'inchiesta del Daily Telegraph accusa alcuni peacekeepers dell'ONU di aver violentato minori di 12 anni nel sud Sudan.

Il presunto abuso sarebbe cominciato due anni fa, quando la missione ONU nel sudSudan (UNMIS) - forte di 10.000 unita' militari, di polizia e civili - ha cominciato gli aiuti alla ricostruzione della regione distrutta da una guerra civile di 23 anni. Le prime indicazioni di sfruttamento sessuale sono emerso entro pochi mesi dall'arrivo della forza ONU nel capoluogo regionle di Juba ed il quotidiano britannico ha visto una bozza di un rapporto interno compilato dall'Unicef nel luglio 2005 che dettaglia il problema. Fra le prove un video con soldati ONU del Bangladesh che fanno sesso con tre ragazzine.

Non ci sono rapporti medici che confermano che i bambini siano stati abusati e si presume che cio' sia dovuto al fatto che i servizi medici locali sono limitati e che i bambini abbiano avuto paura di coinvolgere adulti.

Un magistrato della corte della contea di Juba, ha detto che da quando sono giunte le truppe ONU la regione ha visto un aumento nella prostituzione infantile: "La maggior parte della gente che lavora per l'ONU e le ONG sono uomini e devono essere intrattenuti. Ma nessun caso e' stato denunciato". Ad oggi, l'ONU non ha riconosciuto pubblicamente il problema ed ha rifiutato commenti alle specifiche richieste del giornale. Il coordinatore regionale britannico dell'UNMIS, James Ellery, ha detto gia' a maggio scorso che non ci sono prove che confermino le accuse.

Solo Jane Holl Lute, aiuto del segretario generale per il mantenimento della pace, aveva detto: "potrebbe essere vero. Questi ambienti sono un luogo difficile in cui accertare la verita'", aggiungendo di non credere che le specifiche accuse fossero una novita'. Aveva comunque primesso che sarebbero state esaminate, cosi' come tutte le altre: "non saremo compiacenti e non ci sara' alcuna impunita'".

La grave questione dovra' quindi essere affrontata ora dal nuovo segretario generale Ban Ki-moon. Fra l'altro proprio in questo momento l'ONU sta iniziando la sua nuova missione di mantenimento della pace per contribuire a concludere la crisi umanitaria nella regione sudanese del Darfur, una missione a lungo osteggiata dal governo di Kharthoum.

Ad agosto 2006 l'ONU aveva reso noti i risultati dell'inchiesta 'sex for food', sulle accuse di sfruttamento sessuale di giovinette da parte di personale dell'ONU in missione di pace nella Repubblica Democratica del Congo. A donne e ragazze veniva richiesto sesso in cambio di un po' di cibo (da cui il nome). Analoghi episodi erano pure avvenuti con la stessa moneta di scambio in altre zone del mondo, come in Liberia.

Dopo lo scandalo congolese, le Nazioni Unite avevano varato una politica di "tolleranza zero allo sfruttamento ed abuso sessuale". Dall'inizio del 2004 l'ONU ha analizzato accuse di sfruttamento o di abuso sessuale contro 313 membri delle missioni di mantenimento della pace, radiando conseguentemente 17 persone e rimpatriandone forzatamente altre 161.

Il rapporto ONU indicava che le inchieste condotte dai comandi delle diverse missioni o dall'ufficio di controllo dei servizi interni hanno riguardato personale militare e civile, ufficiali di polizia, volontari ONU e appaltatori, ma ha riguardato prevalentemente personale militare. Almeno 206 unita' militari hanno affrontato le indagini, e 144 di esse, compresi 7 comandanti, sono stati rimpatriati o trasferiti per i motivi disciplinari. Sugli 84 civili indagati 10 impiegati e 7 volontari sono stati espulsi, mentre altri sette volontari sono stati rimproverati severamente e il contratto di un appaltatore non e' stato rinnovato. 109 persone sono state invece sollevate da ogni addebito perche' innocenti o per mancanza di prove.

In alcuni casi i governi di provenienza dei soldati hanno provveduto a comminare sanzioni severe, come il Marocco, che prontamente indago' e condanno' i membri del suo personale militare responsabile degli abusi in Congo.

Speciale pace e diritti

___________

NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

 ora ditemi un pò voi come si potrebbero commentare fatti del genere!!!!

31 October

contro la violenza sulle donne!

 LE NOSTRE COMUNICAZIONI
 

  USCIAMO DAL SILENZIO IL 26 OTTOBRE, USCIAMO... LA NOTTE IL 25 NOVEMBRE
Il 26 ottobre alle 21 alla Camera del Lavoro si riuniranno ancora le donne di Usciamo dal silenzio per discutere un documento-lettera aperta al governo nazionale e locale sulla questione della violenza alle donne, nel quale si esprime la richiesta di assunzione politica e pubblica del tema della violenza e si elencano le proposte - dalla cultura di genere al piano giuridico - che stiamo mettendo a fuoco con l'incrocio prezioso delle competenze che stanno dentro la nostra assemblea.
La seconda questione che sarà al centro dell'assemblea e che si lega strettamente alla prima è che stiamo lavorando ad un' iniziativa - di notte, di festa, di spettacolo - per il 25 novembre, data designata dall'Assemblea Generale dell'ONU, con risoluzione n° 54/134 del 17 dicembre 1999, "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne".
Pensavamo, se sarà possibile, di farla all'interno di una delle stazioni ferroviarie di Milano e di intitolarla: 25 NOVEMBRE "USCIAMO...la notte ".
Il 25 novembre e' una giornata dedicata, in tutto il mondo. al tema della violenza contro le donne....noi a Milano daremo il nostro contributo con questa iniziativa che vogliamo porti le donne fuori dalle case, a riprendersi la notte e la citta', e sarebbe bello sapere cosa succede in giro per l'Italia......
Milano 21 ottobre 2006

  MILANO APPROVATA MOZIONE SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE
Il consiglio comunale di Milano ha approvato la mozione sui temi della sicurezza e della violenza sulle donne, a suo tempo proposta e presentata dai partiti dell'Unione. Usciamodalsilenzio pubblica il testo della mozione approvata grazie anche alla sensibilità e al lavoro delle consigliere dell'Unione sempre presenti alle assemblee di usciamodalsilenzio.
Leggi il testo

  ALLA MINISTRA POLLASTRINI ABBIAMO DETTO.....
La lettera sulla città che il laboratorio aveva scritto e l'assemblea approvato, il dibattito che ha animato il nostro sito in questo scorcio d'estate, la nostra ...Continua

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  USCIAMO DAL SILENZIO IL 26 OTTOBRE, USCIAMO... LA NOTTE IL 25 NOVEMBRE
Il 26 ottobre alle 21 alla Camera del Lavoro si riuniranno ancora le donne di Usciamo dal silenzio per discutere un documento-lettera aperta al governo nazionale e locale sulla questione della violenza alle donne, nel quale si esprime la richiesta di assunzione politica e pubblica del tema della violenza e si elencano le proposte - dalla cultura di genere al piano giuridico - che stiamo mettendo a fuoco con l'incrocio prezioso delle competenze che stanno dentro la nostra assemblea.
La seconda questione che sarà al centro dell'assemblea e che si lega strettamente alla prima è che stiamo lavorando ad un' iniziativa - di notte, di festa, di spettacolo - per il 25 novembre, data designata dall'Assemblea Generale dell'ONU, con risoluzione n° 54/134 del 17 dicembre 1999, "Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne".
Pensavamo, se sarà possibile, di farla all'interno di una delle stazioni ferroviarie di Milano e di intitolarla: 25 NOVEMBRE "USCIAMO...la notte ".
Il 25 novembre e' una giornata dedicata, in tutto il mondo. al tema della violenza contro le donne....noi a Milano daremo il nostro contributo con questa iniziativa che vogliamo porti le donne fuori dalle case, a riprendersi la notte e la citta', e sarebbe bello sapere cosa succede in giro per l'Italia......
Milano 21 ottobre 2006

  MILANO APPROVATA MOZIONE SULLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE
Il consiglio comunale di Milano ha approvato la mozione sui temi della sicurezza e della violenza sulle donne, a suo tempo proposta e presentata dai partiti dell'Unione. Usciamodalsilenzio pubblica il testo della mozione approvata grazie anche alla sensibilità e al lavoro delle consigliere dell'Unione sempre presenti alle assemblee di usciamodalsilenzio.
Leggi il testo

  ALLA MINISTRA POLLASTRINI ABBIAMO DETTO.....
La lettera sulla città che il laboratorio aveva scritto e l'assemblea approvato, il dibattito che ha animato il nostro sito in questo scorcio d'estate, la nostra ...Continua

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24 October

purtroppo ci tocca ancora manifestare!!!!!!!

Appello alla mobilitazione
Il 4 novembre ci sarà un importante manifestazione nazionale contro la precarietà, per l´abrogazione della legge 30, della Bossi-Fini e della Moratti. E´ necessario che si sviluppi la più ampia partecipazione e la più ampia mobilitazione per garantirne il pieno successo. E´ chiaro che questa manifestazione chiede al governo di condurre una vera lotta contro la precarietà, cosa che ancora non sta avvenendo come dimostra il caso Atesia.


 
Ma è altrettanto chiaro che questa giornata di lotta, nell´obiettivo di ridurre significativamente la precarietà della vita sociale, deve indirizzarsi anche contro i tagli sociali previsti dalla finanziaria che, pur contenendo una parziale modifica delle aliquote fiscali, contiene allo stesso tempo una pesante riduzione della spesa sociale, dai tickets ai tagli agli enti locali, e un ennesimo ridimensionamento dei finanziamenti all´istruzione pubblica mentre si rinnova il sostegno a quella privata.

In questo quadro è fondamentale che la mobilitazione contro la precarietà e per la difesa dei diritti del lavoro, sotto grave attacco da oltre 15 anni, persegua anche l´obiettivo di rilanciare lo stato sociale regolarizzando tutto il lavoro precario, abrogando i tickets sulla sanità, investendo risorse sulla scuola pubblica e eliminando i finanziamenti a quella privata, rigettando ogni tentativo di manomettere le pensioni, invertendo la tendenza all´aumento delle spese militari.
Il 4 novembre manifesteremo anche per questo.
tra i firmatari:
Bruno Amoroso, Università Roskilde, Nunzia Amura, Dir. Naz. Cgil-R28 aprile, Matteo Bartolini, consigliere Prc Provincia Massa Carrara, Sergio Bellavita, Fiom Emilia-R28Aprile, Riccardo Bellofiore, Università Bergamo, Beppe Bettenzoli, Segr. Naz. SinCobas, Sandro Bianchi, pres Comitato Centrale Fiom, Emiliano Brancaccio, Università del Sannio, Augustin Breda, Direttivo Nazionale Cgil, Fabrizio Burattini, segretario CgilRoma-Sud, Giulio Calella, coordinatore Giovani comunisti Roma, Salvatore Cannavò, deputato Prc, Carlo Carelli direttivo nazionale Cgil-R28Aprile, Carla Casalini, il manifesto, Andrea Catone, storico, Cisco, cantante, Sergio Cesaratto, Università Siena, Stefano Chiarini, il Manifesto, Coordinamento dei Collettivi della Sapienza, Giorgio Cr
emaschi, segr. naz. Fiom-Cgil, Aurelio Crippa, Cpn Prc, Danilo Corradi, Cpn Prc, Flavia D´Angeli, resp. precarietà Prc, Elvio Dal Bosco, economista, Sergio Dalmasso, capogruppo Prc Regione Piemonte, Tonio Dell´Olio, Libera, Angelo D´Orsi, Università di Torino, Dario Fo, Fosco Giannini, senatore Prc, Nella Ginatempo, Tavolo Bastaguerra, Haidi Giuliani, senatrice Prc, Antonello Licheri, capogruppo Prc Regione Sardegna, Aurelio Macciò, capogruppo Prc Provincia Genova, Gigi Malabarba, Cpn Prc, Leonardo Masella, capogruppo Prc Regione Emilia R., Luciano Muhlbauer, consigliere regionale Prc Lombardia, Diego Novelli, Valentino Parlato, il Manifesto, Luigia Pasi, segr. naz. SinCobas, Pietro Passarino, Fiom Torino, Gianluigi Pegolo, deputato Prc, Tonino Pern
a, Università Messina, Franca Rame, senatrice IdV, Riccardo Realfonso, Università del Sannio, Fernando Rossi, senatore Pdci, Paolo Sabatini, segr. naz. SinCobas, Enzo Scandurra, Università La Sapienza, Roberto Sconciaforni, capogruppo Prc Comune Bologna, Marino Severini, the Gang, Nando Simeone, vicepresidente cons. provinciale Roma, Vincenzo Siniscalchi, presidente Sult, Mario Sinopoli, segr. gen. Fiom Calabria, Fausto Sorini, Cpn Prc, Graziella Soresini, Dir. Cgil Milano, Claudio Stacchini, segretario Cgil Torino, Enrico Stagni, Fiom nazionale, Gianna Tangolo, capogruppo Prc Provincia Torino, Franco Turigliatto, senatore Prc, Jole Vaccargiu, Dir. Naz. Cgil, R28Aprile

 
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09 October

anche i ricchi....

Se siete pienamente soddisfatti di questa Legge Finanziaria allora potete fare a meno di continuare a leggere. Se, al contrario, non siete soddisfatti o, perlomeno, avete qualche dubbio, potete continuare.
Si possono dire molte cose, ovviamente, ma qui voglio puntare il riflettore su un aspetto della questione.
Si è parlato di agire su due fronti: maggiori entrate (che vuol dire, in sostanza, più tasse) e maggiori tagli.
Ma tagliare, si sa, è difficile. A meno che non si vogliano tagliare gli sprechi, che sarebbe, nel nostro bel Paese, facilissimo.
Oddio, facilissimo a parole, nel senso che ci sarebbe solo l'imbarazzo della scelta; difficilissimo se si pensa che tagliare gli sprechi significa scontentare gli amici degli amici.
Negli ultimi due giorni anche i sindaci (e, in prima fila, i sindaci di sinistra) hanno preso cappello e si sono messi a protestare contro la Finanziaria che da una parte toglie loro risorse, dall'altra li invita a tassare direttamente i cittadini: ovverossia, mettere la propria faccia sulle maggiori tasse.
Ma davvero occorrono più tasse e non si possono tagliare gli sprechi così evidenti?
Quando noi cittadini paghiamo le tasse, in genere, pensiamo che servano per scuole, ospedali, strade e tante belle cose utili a tutti.
Dobbiamo sapere che, con le nostre tasse, in un modo o nell'altro, paghiamo tutte le spese fatte dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province e dai Comuni.
Ma avete idee di cosa pagate?
Saccheggiamo, ancora una volta, quell'utile libretto edito dalla Confedilizia (ne avevo già scritto un anno fa) dal titolo illuminante “Odissea dello spreco”.
Allora, coi soldi delle nostre tasse paghiamo anche:
CALCIO - Palermo, Cagliari, Reggina, Messina, Treviso, Vicenza e Torino sono state sponsorizzate (con quale utile?) dai rispettivi Comuni.
SINDACATI - I permessi e i distacchi sindacali nella pubblica amministrazione costano allo Stato (quindi a noi) 120 milioni di euro l'anno.
CLISTERI - In un anno (il 1998) un solo medico dell'Asl di Napoli 5 prescrisse clisteri per un totale di tre miliardi di lire. Roba da insidiare i deretani di mezza Campania.
SITO INTERNET - Il 1° Municipio di Roma (praticamente una Circoscrizione) ha speso oltre 35mila euro per progettare e poi pubblicizzare il proprio sito Internet.
DIVERTIMENTI - La Corte dei Conti ha calcolato che per le spese in divertimenti vari, i Comuni, nel complesso, investono il 20 per cento della spesa.
FORESTALI - I forestali calabresi sono 11mila: la metà di tutti i ranger degli Stati Uniti d'America.
TELECAMERE - Il 3° Municipio di Roma ha installato sette telecamente in piazza Bologna per studiare il traffico. Risultato: spesi 100mila euro per capire che in piazza Bologna c'è un traffico del diavolo.
PENSIONE ASSESSORILE - In Campania gli assessori regionali non eletti , grazie a una legge del 2000, hanno diritto alla pensione, così come i consiglieri eletti (e a noi non bastano trent'anni!).
FOTOCOPIE - Ufficio per lo spettacolo, Ufficio per lo Sport, Ufficio manutenzione stradale, Ufficio parcheggi, Ufficio del sindaco; tutti questi insieme , a Milano, nel 2004, hanno speso 105mila euro in fotocopie.
DIFFERENZIATA - La Regione Campania, notoriamente afflitta dal problema rifiuti, non riesce a far decollare la raccolta differenziata. Ma a questo servizio sono da tempo addetti 2400 dipendenti a 1500 euro al mese.
SEDI ESTERE - La Regione Emilia-Romagna ha alcune sedi all'estero: a Gerusalemme, a Tirana, a Belgrado; e uffici economici a Shangai, Sofia, Belgrado, Buenos Aires, Sarajevo. Vi risparmio i conteggi delle spese.
VENETO-AUSTRALIA - Oltre a un milione e mezzo di euro spesi per convegni e simili nel 2003, la Regione Veneto ha speso 350mila euro solo per una manifestazione in Australia.
TUTTi ALLO STADIO - Il Comune di Milano, proprietario dello stadio di San Siro, ha ottenuto dalla società di gestione 300 biglietti omaggio ogni settimana. E vai!
MASSAGGI - Nel 2004 il presidente del Consiglio comunale di Lecce, per una trasferta a Milano, ha messo nella nota spese (oltre a viaggio, albergo e ristorante) anche un massaggio e l'acquisto di un costume da bagno. Stavolta la nota è stata bloccata.
TELEFONINO BLU - Fra Governo, , Ministeri, Asl, militari, dipendenti Rai, Comuni, Province e Regioni, noi cittadini paghiamo il consumo di circa 300mila telefonini.
TFR FRIULANO - Tutti i sindaci e i presidenti di Provincia del Friuli, a seguito di una legge regionale del 2003, hanno diritto, a fine mandato, della buonuscita.
BIMBI D'AFRICA - Per presentare uno spettacolo teatrale, il Comune di Roma ha offerto agli intervenuti un banchetto con mozzarella di bufala, tocchetti di prosciutto e mortadella, couscous, formaggi, melanzane, zucchine e frutta esotica; il tutto annaffiato da asprino d'Aversa. Lo spettacolo era in favore dei bambini africani.
160MILA AUTOBLU - Nessuno riesce più a farne l'inventario, ma qualche anno fa le auto blu in Italia erano quantificate nel numero di 160mila. E ognuna costa (tutto compreso: autista, benzina, assicurazione ecc.) 70mila euro l'anno. Se facciamo il conto, viene circa 11 miliardi di euro: esattamente un terzo di Finanziaria.
Cari lettori, ho scritto già troppo e potrei andare avanti sino a domani, avendo accennato solo alla centesima parte dell'illuminante libretto.
E di Taranto...che parlo a fare?
Rifondazione dice: “Anche i ricchi piangano”. Va bene, ma i “fessi” quando la smetteranno di pagare inutilmente?
Antonio Biella
direttore@corgiorno.it
 

06 October

ma è proprio necessario?

Via Oriana Fallaci
piero ricca

Dopo la morte di Oriana Fallaci, Milano Roma e Firenze hanno ingaggiato una gara a chi le dedica per prima una via. Si tratta evidentemente di una decisione della massima urgenza, se riunioni apposite del consiglio comunale sono state convocate.
Mi pongo al riguardo due semplici domande.
1 - Ma è normale tale urgenza?
2 - Siamo sicuri che la Fallaci meriti una via?

 

Alla prima domanda mi rispondo di NO. L'abitudine di dedicare una via o una piazza a un personaggio due giorni dopo la morte, mi sembra un segno di imbarbarimento, uno dei tanti. Un vezzo sconcio, da ingranaggio di consumo delle emozioni collettive, che un po' ricorda l'abitudine di applaudire ai funerali o i processi di beatificazione real time a furor di popolo.
Alla seconda domanda rispondo ugualmente di NO. Nessuno può dubitare che Oriana Fallaci sia stata un personaggio notevole del giornalismo. Ma è altrettanto fuori di dubbio che negli ultimi dieci anni è stata l'alfiera di una cultura inaccettabile, razzista e pericolosa. Ha additato il nemico islamico, antioccidentale, da apocalisse prossima ventura. Ha gettato fango su un movimento pacifico che aveva il torto, a suo giudizio, di opporsi a una guerra sacrosanta. Ha intinto una penna in passato gloriosa nel rancore e nel pregiudizio più che nella rabbia e nell'orgoglio. Si è guadagnata in questo modo l'ammirazione dei teo-con, dei papisti atei e di Borghezio e Calderoli. Parce sepultis, certo, ma la nostra arrabbiata e molto applaudita Cassandra non merita una via.
Oltretutto una legge c'è già. Dice che per intitolare una via a un personaggio devono passare dieci anni dalla morte, con l'eccezione dei casi nei quali il consenso sociale sia unanime e indiscusso attorno alla figura del caro estinto. Non sembra il caso di Oriana.
Per evitare errori di questo tipo, proporrei intanto di rispettare la legge vigente e per il futuro di farne una nuova, un articolo e due commi. Primo: non si possono intitolare vie o piazze prima che siano trascorsi cinquant'anni dalla morte dell'illustre estinto. Secondo comma: non si possono intitolare vie o piazze a pregiudicati, né a corruttori e mafiosi prescritti. Così, giusto per mettere le mani avanti.

05 October

questa finanziaria non va!!!!!

Primo Piano: MALABARBA: MANOVRA SALASSO PER SETTORI POPOLARI
Posted on Monday, 02 October @ 16:36:20 CEST
Topic: Comunicati Stampa
Il partito costruisca una forte mobilitazione sociale
Roma, 1 ott. (Apcom) - "E' sbagliata una manovra che punta a rientrare nei parametri di Maastricht, e che accetta la filosofia del ripianamento del debito, qui c'è un elemento di dissenso totale. Così facendo, inevitabilmente si va a colpire settori
popolari e spesa sociale".
Non fa sconti al governo sulla Finanziaria Gigi Malabarba, senatore di Rifondazione della minoranza interna 'Sinistra critica', protagonista a luglio della battaglia dei 'dissidenti' sull'Afghanistan.
Malabarba non nega che possa esserci "qualche aspetto positivo ottenuto attraverso la leva fiscale", ma lamenta il fatto che non sia stata presa in considerazione "l'alternativa possibile della stabilizzazione del debito, condizione per un rilancio della domanda interna e quindi per la ripresa economica. Così - accusa - c'è un salasso per i settori popolari. E' un salasso che non si vede immediatamente, mascherato da una modalità che lo occulta un po': il taglio dei trasferimenti agli enti locali, fa sì che il
salasso probabilmente si determina in tempi medio lunghi".

Nel merito, oltre alla questione dei trasferimenti agli enti locali, Malabarba indica due punti critici: "La questione previdenziale, siamo contrari a qualsiasi chiusura delle finestre che di fatto comporta l'innalzamento dell'età pensionabile per chi è sul punto di andare in pensione, e quella della spesa
militare. Avevamo fatto una iniziativa con tutte le associazioni per chiedere la riduzione della spesa militare, bisognerà leggere bene la Finanziaria in tutti i capitoli di spesa, ma ho l'impressione che ci sia addirittura un aumento sommando l'impegno per tutte le missioni all'estero".

L'esponente del Prc non minaccia, per ora, un voto contrario che metterebbe a rischio l'esigua maggioranza del centrosinistra a Palazzo Madama: "Non è il voto parlamentare che può innescare un processo positivo, solo la mobilitazione sociale può cambiare la Finanziaria". Per questo, annuncia Malabarba, "chiederemo al Comitato politico nazionale del partito di costruire una forte mobilitazione sociale, a partire dalla manifestazione del 4 novembre contro la precarietà. Serve una una finaziaria di svolta effettiva, altrimenti è difficile recuperare vero consenso fra i lavoratori".
__._,_.

 
FINANZIARIA: CANNAVO, NO RIFINANZIAMENTO AUTOMATICO MISSIONI
MANOVRA PRESENTA CONTRADDIZIONI, NECESSARIE MODIFICHE (ANSA) - ROMA, 4 OTT - 'La Legge Finanziaria presenta una contraddizione fortissima: se da un lato ridistribuisce, poco, al lavoro dipendente, dall'altro si rimangia tutto con i tagli agli enti locali e alla sanita' e con la dimenticanza del cuneo fiscale per i lavoratori. Inaccettabile e' poi l'articolo 188 che rifinanzia automaticamente le missioni militari: un'offesa al Parlamento, una contraddizione stridente con l'impegno al 'monitoraggio permanente' e' una misura che va modificata'. Lo afferma Salvatore Cannavo', deputato del Prc e esponente della minoranza di Sinistra Critica.
'Inaccettabile - prosegue - anche lo stanziamento di 1,7 miliardi per nuovi armamenti: questo fondo va ridotto a vantaggio della spesa sanitaria in modo da eliminare i nuovi ticket
. Contro i tagli sociali daremo battaglia in Parlamento ma anche nella mobilitazione sociale, a partire dalla manifestazione del 4 novembre'.
La Finanziaria sara' oggetto di discussione del seminario di Sinistra Critica previsto a Riccione dal 6 all'8 ottobre.
'Un'occasione - spiega - per fare il punto sulle prospettive di Rifondazione alla vigilia del varo del partito della Sinistra Europea che non ci trova favorevoli. Ma soprattutto l'occasione per un primo bilancio dell'attivita' di governo a partire dalla manovra economica' Tra gli ospiti del seminario si segnala Padre Alex Zanotelli, la rappresentante del Pc libanese Marie Nassif-Debs, il pacifista israeliano Michael Warshaswski, i parlamentari Mauro Bulgarelli dei Verdi e Alberto Burgio del Prc e poi attivisti del movimento pacifista, dirigenti della Cgil, dei sindacati di base, delle reti antirazziste, dei collettivi studenteschi e femministi. (ANSA).
27 September

i cpt: veri lager

Questa lettera è stata scritta da un'immigrata detenuta nel CPT-lager di via Corelli 28 a Milano.
La lettera è stata pubblicata nel libro di Marco Rovelli “Lager Italiani”:

<Una sera alcune ragazze di colore, che stavano in un continer vicino al nostro, stavano protestando perchè venivano sempre maltratate e discriminate per il colore. Dopodichè noi siamo state portate fuori mentre loro le hanno chiuse dentro senza corrente nè acqua.Poi ci hanno portato a dormire in una grande e sporca stanza su materassi per terra; come cani, senza bagno e al freddo, perchè l’ispettore non voleva fare niente per migliorare la situazione nel modo più decente possibile.Per loro era più comodo così, portarci fuori al freddo, dandoci sempre un cibo schifoso che a volte non si riusciva a mandare giù, farci morire di fame, metterci a dormire su leunzuola di carta.Lenzuola che quando arrivano nuove persone non vengono nemmeno cambiate.Lasciano quelle delle persone che sono “andate via”facendoci venire fuori delle allergie cutanee.
Così si va dal dottore il quale, per curarci il corpo e il viso ci dà una crema con il quale l’allergia peggiora ancora di più. Se ti succede qualcosa, se ti fa male la testa, vai dal dottore, aspetti 2 ore prima che qualcuno ti dia attenzione e alla fine ti danno una pastiglia che ti fa passare il mal di testa ma in compenso non riesci a dormire tutta la notte dal mal di stomaco che ti fatto ha venire. Io e tutti quelli che con me hanno sottoscritto questo articolo, siamo testimoni di una bruttissima scena al Corelli:un uomo era salito sul tetto, voleva impiccarsi perchè lo volevano mandare al suo paese. E la moglie e il figlio nato in Italia lo guardavano dall’altra parte della rete e piangevano.Un atto che non può essere perdonato ai responsabili di questo lager.Secondo me la gente che arriva a tanta disperazione non è suicida ma è spinta ad ammazarsi.Il motivo per il quale uno straniero viene in Italia è cercare una vita migliore, cercare lavoro, poter curare la sua famiglia, avere un tetto sulla testa......però dove sono queste possibilità?Scrivo a nome di tutte le persone che hanno firmato in fondo.Voglio che tutti quelli che leggeranno capiscano che qui è un inferno.Nella mia vita non ho mai fatto niente contro la legge stare in galera ed essere trattata come ladra o assassina, per essere picchiata in Questura. Dove posso denunciare?Chi mi può difendere?Chi sono io qua?Un animale come il resto di tutti gli stanieri che sono in Italia senza documenti perchè non hanno i soldi per comprarseli. Chi sono questi tutori della legge che possono mettere in galera gente indifesa che soltanto gira per la strada ma non fa del male a nessuno? Chi sono questi che si permettono di fare di te tutto quello che vogliono solo perchè sono protetti dalla legge? “Noi siamo esseri umani come tutti voi e dobbiamo avere gli stessi diritti.Viviamo nello stesso mondo, ma perchè?Pe ressere maltrattati da voi ed essere rinchiusi in un lager come tempo fa faceva Hitler con gli ebrei!Tutti pensano che questo sia ‘passato’ e che non ci sarà un secondo Hitler. La differenza tra i suoi lager e questi centri in Italia è che lì li uccidevano e a noi ci spediscono nei nostri paesi.E la stretta somiglianza è l’odio verso la gente diversa da te”>>.


17 September

ratzinger

Ratzinger, il "pastore tedesco"
Domenica, 17 settembre
Redazione Papa Ratzinger, a dispetto del suo aspetto mite e gentile, mostra i denti contro l’Islam, e fa una serie di errori che provocano la necessità di “precisazioni” da parte della diplomazia vaticana, come fanno i politicanti che, quando vedono l’effetto delle loro esternazioni, smentiscono le “riduttive interpretazioni giornalistiche”. Personalmente, la prima sensazione che ho avuto è quella della inopportunità di un intervento che va a ribadire, citando l’imperatore bizantino Manuele II il Paleologo, il fatto che l’Islam vuole diffondersi tramite la spada, inserendo questa critica in una situazione contemporanea in cui eserciti cristiani e giudei occupano paesi musulmani, per motivi molto meno nobili di quelli dottrinari o religiosi. Parlare oggi all’Islam in questi termini, significa avallare la tesi di Bush che prefigura uno scontro tra civiltà e religioni, in cui si afferma la enorme panzana che i musulmani minacciano l’Occidente e si apprestano a cancellare la nostra cultura e la nostra “civiltà”.

Come si faccia ad accusare l’Islam di usare la spada e non fare lo stesso con il cristiano Bush che pratica e riconosce solo il linguaggio della forza e manovra a suo piacimento il più potente e costoso esercito del mondo, è cosa che sfugge alla ragione e solo i preti sono in grado di mistificare i fatti fino a questo punto. Un altro aspetto che mi lascia stupito è il fatto che il Papa abbandoni la tradizionale prudenza e diplomazia, e trascini la Chiesa a marcare la differenza con l’Islam, senza tener conto che fino all’altro ieri, con Giovanni Paolo 2°, si parlava di ecumenismo e di dialogo fra le grandi religioni monoteiste.

Tra l’altro questo accusare l’Islam di usare la spada sarà pure vero, ma da che pulpito viene la predica, e si dà l’opportunità ai musulmani di ricordare che la Chiesa ha usato la spada spesso e volentieri, dalle Crociate alla partecipazione attiva al colonialismo, partito proprio dalla cattolicissima Spagna, che in America Latina ottenne conversioni forzate di quelle popolazioni con torture e massacri, passando per le guerre di religione in Europa e la Santa Inquisizione, fino all’attuale legittimazione della politica e delle tesi di Bush.

Un altro errore del “pastore tedesco”, che a me sembra madornale, è quello di non riconoscere l’evidenza che la crisi mediorientale in atto non è originata da una frizione tra ideologie religiose, ma dal desiderio Usa, e dei suoi ormai pochi amici, di mantenere l’egemonia sulla più grande area petrolifera del mondo, e che l’Islam fa solo da collante ad una resistenza dei musulmani contro il colonialismo occidentale e cristiano.

Ratzinger, caratterizzando in termini di differenze religiose lo scontro in atto, rende un pessimo servizio alla Chiesa che così perde una sorta di “terzietà” che le consentiva mediazioni e credito politico, e non mi meraviglierei che, dopo questo grave errore, facesse la fine di Papa Luciani, una fine rapida et indolore a cura ... I distinguo, e la pretesa di affermare che l’iniziativa papale è proposta di dialogo, si scontrano con le vaste reazioni dei musulmani nel mondo e, nella più benevola delle ipotesi, ci troviamo davanti ad un signore che non capisce nulla del mondo islamico contemporaneo, e non si rende conto del ruolo della Chiesa.

Credo che sia rimasto fondamentalmente Prefetto dell’ex Santo Uffizio, con tutta la rigidità di una mentalità tedesca. Le religioni, tutte le religioni, hanno fatto scorrere fiumi di sangue in nome dell’amore per gli altri e della fede. Sarebbe ora che le persone consapevoli cominciassero ad abbandonarle e a vedere nell’impegno personale e sociale il manifestarsi di una concreta sollecitudine verso gli altri, comportandosi sempre con correttezza, solidarietà, spirito di giustizia.

“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”, se applicato alla lettera, varrebbe più di tutta le filosofie e tutte le rivoluzioni, e non si presta ad ambiguità e a interpretazioni cervellotiche. Ci piacerebbe che i preti si occupassero solo di far comportare i loro seguaci secondo questo principio, e offrissero così al mondo persone migliori e credibili, perché se continuiamo a ritenere George Bush un buon cristiano, e ci nutriamo di questa schifosa ambiguità, il futuro (proprio come il nostro presente) sarà dei falsi e dei guerrafondai.

Paolo De Gregorio

Per gentile concessione di MacroMega Carnevale di Viareggio

 
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